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L'odio per Blair (e Renzi) dice cosa è oggi il Pd

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Lo hanno accusato di essere di destra, cripto-berlusconiano, figlio di papà, anni '80, espressione della tv (la prova capitale sarebbe l'amicizia con Giorgio Gori e la partecipazione, diciassette anni orsono, alla “Ruota della Fortuna” di Mike, dove si sommano due colpe imperdonabili: il quiz, antesignano culturale del peggior berlusconismo, e la Rete del Nemico). Ma l'accusa più interessante rivolta a Matteo Renzi, quella su cui vale la pena riflettere, è quella che gli ha lanciato Rosy Bindi: .  E la presidente del Pd ha dato voce a quanto, sui facebook e twitter , l'armata di giovani turchi e dintorni (cioè la futura classe dirigente del Pd) aveva già sentenziato come massimo capo di accusa al rottamatore: . Leggi e dici: accidenti. Un complimento. Parliamo di un signore, Tony Blair, che è stato primo ministro ininterrottamente dal 1997 al 2007. Il primo (e finora l'unico) leader europeo capace di far vincere il  suo partito, il Labour, per tre elezioni politiche consecutive.  Eppure negli ultimi anni dire Blair, nel Pd, è come dire Barbablù. Come dire Berlusconi. E' la massima offesa che puoi rivolgere a qualcuno. Questo odio per Blair racconta qualcosa di molto importante. Dice, a mio avviso, cosa è oggi il Pd. Quali sono i suoi riferimenti. Una volta si sarebbe detto: il suo Pantheon. Ecco: nel Pantheon del Pd bersaniano Blair di sicuro non c'è. Credo che il punto di discussione più interessante, sollevato dal Big Bang renziano, sia proprio questo: Blair, e tutto quello che rappresenta, la culturale liberale (e non liberista), il mescolamento tra socialismo, liberalismo e personalismo ha spazio, oggi, in questo Pd? O è considerato altro da sé, un avversario, un mito da combattere? La risposta è la seconda. E per ragioni profonde. , spiega Alessandro Maran, veltroniano del Pd, <è l'unica sinistra che non ha fatto una battaglia culturale contro il proprio mondo di riferimento per affermare quei princìpi che allora sbandierava e che guardavano a un socialismo liberale. Era tutta esteriorità. Ma la battaglia per affermarli non c'è mai stata. Blair, invece, è l'effetto di una battaglia che nel Labour è stata fatta. Basti ricordare la famosa frase “Duri contro il  crimine e contro le cause del crimine” o la lotta che fece contro la clausola 4 dello Statuto del Labour Party. In Italia, invece, sono stati assunti quei principi ma senza farne una battaglia. Per cui, oggi, si cerca di tornare a un passato confortevole. Solo che quel passato, per noi, è la cultura marxista-comunista, perché la sinistra in Italia non è mai stata socialista, né liberale. Accusano Renzi di avere idee anni '80. Ma non è un passo avanti tornare agli anni '70... Se l'Spd, in Germania, ha segnato una delimitazione nei confronti della sinistra comunista, da noi questo non c'è stato. Noi abbiamo una discendenza culturale che non è mai stata interrotta e che si rifa' al Pci>. Dietro alla critica al blairismo si nasconde, poi, un'altra critica. Ancora più inquietante. Come ci dice Paolo Gentiloni, . Infine: estromettere quello che Blair ha rappresentato significa estromettere la trasversalità dei consensi che il premier britannico ha saputo raccogliere. Ma è questo che vuole il Pd?

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