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Va a dà via i pixel

Pes 2019 è uno spettacolo: palla al centro e rutto libero

9 Settembre 2018

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Pes 2019 è uno spettacolo: palla al centro e rutto libero

Qualche giorno fa sono su un autobus diretto allo stadio. Due bambini sui sette-otto anni indossano la maglia di Cristiano Ronaldo. Mi avvicino, guardando i genitori, e chiedo ai piccoli: “Ragazzi, una curiosità. Preferite PES o FIFA?” Risposta: “Cos’è PES? Noi giochiamo a FIFA, anche su iPhone”. Mi sono sentito non vecchio, decrepito.

Già, invecchiare. Un inferno per tutti, figuriamoci per chi un tempo era il migliore nel suo genere e ora si ritrova costantemente a mangiare la polvere. Da anni ormai PES non riesce più a tenere il passo di FIFA: in termini di vendite e di contenuti, specie su licenza, il confronto è impietoso, il calcistico Konami è oggi un titolo da riserva degli indiani, destinato perlopiù a quella fascia di utenza che ora si ritrova capelli color più sale che pepe e lo ha venerato durante gli anni d’oro delle prime due Playstation. Le nuove leve hanno tirato i primi calci al pallone su altri campi virtuali e vogliono solo FIFA, la sua impressionante mole di licenze, l’eccellente multiplayer e quella droga chiamata chiamata FUT. Tante cose son cambiate dai giorni in cui PES era un rito collettivo, ma questo non significa che si debba gettare il bambino con l’acqua sporca.

Konami sa bene non poter competere sulla varietà, sul prestigio dei contenuti offerti e allora da qualche si concentra su ciò che le riesce meglio: l’esperienza sul rettangolo verde. Per la prima volta, la casa giapponese ha dedicato gli sforzi produttivi alle sole macchine della generazione corrente, abbandonando le piattaforme più datate. Gli sviluppatori hanno potuto lavorare sulla fisica del pallone nel dribbling e nei tiri, sulla postura dei calciatori, sulla gamma di animazioni, aumentando il senso di pesantezza dei modelli degli atleti e limando le asperità che in passato ne ingessavano i movimenti. Il risultato si percepisce in particolare nei contrasti spalla contro spalla: i giocatori fanno a sportellate, proteggono la sfera in modo differente in base al posizionamento del corpo e sgusciano via dall’avversario con una naturalezza davvero impressionante.

La meccanica viene tronfiamente chiamata “First Touch Impact”, ma a chi importa? Contano solo il feeling sul campo e la profondità del gameplay di PES 2019, caratteristiche su cui persino l’integralista di FIFA resterà sorpreso. Premendo il tasto dello scatto si scorge ancora qualche binario invisibile nella direzione degli atleti (storico difetto del simulatore giapponese), ma è davvero roba di poco conto, questo PES offre una libertà di manovra tale da rendere ogni azione diversa da quella precedente. La filosofia della serie ne esce rafforzata: i calciatori più tecnici possono inventarsi la giocata che spacca la partita, ma raramente vince chi fa il fenomeno con i singoli, il titolo premia semmai l’avanzamento corale e ragionato della squadra, la costruzione di ragnatele di passaggi, possibilmente di prima e in profondità. La sensazione di realismo è amplificata dalla gestione della fatica: quando un calciatore non ce la fa più si piega sulle ginocchia o gira al minimo trotto, e allora conviene subito sostituirlo, magari approfittando del nuovo sistema di cambio senza aprire il menu.

L’impatto visivo della produzione lascia a bocca aperta e vien spontaneo chiedersi se e come sarà possibile tra un anno alzare ulteriormente l’asticella. Complice l’introduzione di una gamma di nuove abilità individuali (come il passaggio no-look), i movimenti, lo stile di gioco e i modelli tridimensionali dei top player come Isco o Salah somigliano come gocce d’acqua alle controparti reali, ma bisogna dare atto a Konami di aver curato anche la riproduzione degli atleti delle provinciali. La puntigliosità nella realizzazione dei dettagli degli impianti, del pubblico sugli spalti, del manto erboso e dell’aspetto dei calciatori raggiunge livelli di pulizia da rasentare l’ossessione. Tutto questo ben di Dio viene esaltato dal nuovo sistema di illuminazione: per avere un’idea dello stacco rispetto al capitolo dello scorso anno, basta giocare in sequenza una partita a quest’ultimo e una a PES 2019, che rappresenta effetti di luce, artificiale o naturale, variabili a seconda dell’orario e delle condizioni climatiche.

Durante le sessioni di prova ho notato che gli arbitri sono più fiscali rispetto al passato, quando i fischietti lasciavano talora correre interventi da macellaio. L’intelligenza artificiale non sempre ci è sembrata impeccabile: i compagni di squadra attaccano gli spazi, ma trascurano la fase difensiva e i portieri vantano riflessi tanto felini tra i pali quanto senili nelle uscite. A difficoltà normale poi gli sfidanti rasentano il rincoglionito e consiglio - a meno che per voi i giochi di calcio siano arabo - di impostare un livello di sfida più impegnativo. Così facendo, i gol arrivano col contagocce: gli avversari raddoppiano e pressano alto, anche se la menano un po’ troppo col tiki-taka. Non pensate poi di cavarvela sgroppando sulla fascia e crossando alto: gli sviluppatori hanno mangiato la foglia al punto che non sono ancora riuscito a segnare di testa.

Ho apprezzato il lavoro svolto da Konami nelle modalità in rete. Il sistema di abbinamenti delle partite online ha sempre funzionato egregiamente e i match scorrono senza alcun intoppo. Myclub - che consente, come Ultimate Team di FIFA, di creare la squadra dei sogni e schierarla contro altri utenti - è stato puntellato a dovere: gli sviluppatori hanno aumentato l’immersività con la stagione in corso prevedendo la possibilità di ingaggiare giocatori, anche tramite agenti, i cui parametri variano in base alle effettive prestazioni nei campionati di tutto il mondo. Grazie ai preparatori atletici inoltre, è possibile insegnare a un Mirko Antenucci i tocchi di suola oppure fargli apprendere il ruolo della mezzala cui verrà relegato quando la SPAL dovrà difendersi in massa pur di portare a casa il risultato. Il reparto offline invece soffre: i restauri eseguiti sulle cariatidi di sempre non bastano più. Diventa un mito è la solita, insipida, minestra e non si registrano novità degne di nota. Nel Campionato Master mi è piaciuta l’idea di migliorare il calcio agostano introducendo l’International Champions Cup e, soprattutto, rendendo il calciomercato più coinvolgente con la previsione, in coerenza con la dittatura da follower in cui viviamo, di un nesso tra celebrità del calciatore e casse della squadra: vendete CR7 e i proventi da merchandising crolleranno. Resta tuttavia l’impressione che l’offerta più tradizionale di PES debba essere svecchiata con maggior convinzione, servono idee effettivamente in grado di riavvicinare il titolo alle masse, ormai assuefatte alla cornucopia di contenuti della concorrenza.

E’ il momento di note più dolenti. PES 2019 vanta una caterva di diritti mai vista e partnership esclusive con squadroni come Barcellona o Liverpool, eppure, anche quest’anno, il titolo non sfuggirà al pubblico ludibrio perché vanno in vacca le licenze delle principali competizioni. Premier League e Liga sono composte quasi solo da squadre con nomi e kit di fantasia, Champions League, Europa League e Bundesliga nemmeno esistono. Ci vorrà un certo eloquio per spiegare al detrattore medio che il problema è facilmente risolvibile, perché in rete spopolano comunità dove reperire aggiornatissimi file, da trasferire su chiavetta e installare su console (la soluzione, però, non funziona su XBOX). Sia chiaro, l’assenza dei diritti di tornei e squadre di prima fascia deve essere considerata un difetto, ma è altrettanto vero che per godersi al massimo lo splendore del calcio secondo Konami, alla maggior parte dell’utenza basteranno dieci minuti e un briciolo di volontà. Coraggio.

In definitiva PES 2019 è una dichiarazione d’amore rivolta a chi ritiene che nei simulatori di calcio conti soprattutto la profondità dell’esperienza sul campo. Agli irriducibili della serie tornerà alla mente l’età dell’innocenza vissuta sulle prime due PlayStation, gli scambi di memory card traboccanti di modifiche frutto di notti di lavoro pur di includere la Pro Vercelli o il look di Reginaldo nel Como della Serie A, le demo allegate alla Gazzetta dello Sport, le edizioni con Thierry Henry o Luca Toni come testimonial di copertina. Altre tecnologie, altro calcio, altri tempi. Ma come si possono dimenticare?

di Luca Fabbri

Gameplay: 9,5/10
Grafica: 9,5/10
Sonoro: 7/10
Longevità:9/10
Voto finale: 9/10

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