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«Sono diventato famoso rovistando tra la spazzatura, poi ho venduto mutande»

Con una moto e una telecamerina a fine anni ’90 ci ha fatto conoscere gli Usa nella trasmissione “Hotel California”. Poi ha mollato Mediaset e tv e in California ci è andato a vivere davvero

2 Maggio 2010

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«Sono diventato famoso rovistando tra la spazzatura, poi ho venduto mutande»
Guido Prussia lo guardavamo in tv a fine Anni ’90. Soprattutto, lo invidiavamo. Per tre anni ha fatto quello che la gran parte della gente sognava, sogna e sognerà, cioè motocicletta, telecamera, vento in faccia e ciao ciao Italia. Un mese e mezzo in California, in viaggio, per raccontare i posti più affascinanti, le persone più strane, i panorami più romantici. Rovistava nella spazzatura dei vip, Giudo Prussia dallo sguardo tenebroso, i tatuaggi ben in vista e un fisico da culturista. Poi ci riportava nei luoghi sacri del cinema. Intervistava le star. E un po’ era essere con lui, anche se stavano davanti alla tv di casa sintonizzati su Italia Uno  e un programma diventato presto cult: “Hotel California”. Dopo 12 puntate distribuite in tre serie, Prussia è sparito. Totalmente. Ha lasciato Mediaset ed è andato a vivere - logicamente - in California. Ora, a 47 anni, Guido è di nuovo in Italia e, dopo aver scritto di panini e venduto mutande, è pronto a tornare nel mondo della tv. Come regista.



Guido Prussia, sa che lei per Internet è come se non esistesse? Poche notizie, nessuna biografia.
«Perché sono un vero soggetto smarrito! Quando, dopo il boom di “Hotel California”, ho deciso di andarmene da Mediaset per vivere negli Usa, ho abbandonato totalmente il mondo della tv. E Internet in quel periodo non era ancora così diffuso».
Quando è rientrato in Italia?
«Nel 2002, dopo due anni e mezzo. Per la morte di mio padre».
Che fa ora?
«Negli ultimi anni mi sono inventato lavori di ogni tipo. I più strani, belìn. Dovevo pur vivere...».
Raccontiamo.
«Sono stato direttore del giornale “La michetta”, scrivevo editoriali e ricette su panini e brioches. Poi ho venduto mutande».
Cioè?
«Un giorno, a Los Angeles, avevo scoperto un negozio gestito da un iraniano: commerciava strani slip con disegni e scritte divertenti. Tipo un cartello stradale lì davanti con l’avvertimento: “Si scivola quando è bagnato”. Così, una volta arrivato qui in Italia, ho deciso di importare mutande di quel genere e ho aperto un negozio, il “Jolly Roger”».
Altre iniziative?
«Le magliette. Mi sono inventato le t-shirt di quartiere, come “University of Quarto Oggiaro - strada magistra vitae”. In pochi giorni ho venduto più di 500 capi. Oppure quelle con la scritta: “Costantino è un pirla”. Ne sono andate via a vagonate e naturalmente mi riferivo all’imperatore... Ma le più fighe sono state altre due, che però mi hanno creato qualche problema».
Le frasi incriminate?
«“Meglio 7 nani che un principe stronzo”. E “Finalmente ho la Porsche e posso andare all’Old Fashion e trovare una ragazza che mi ami per quello che sono”».
Che guai le hanno dato?
«È arrivata la Finanza, mi ha sequestrato tutto sostenendo che avrei dovuto chiedere l’autorizzazione alla Walter Disney e alla Porsche. Chissà, forse avrei potuto appellarmi al diritto alla satira. Il risultato, comunque, è che ho chiuso tutto».
Ora che fa?
«Il regista di documentari. Mi sono specializzato negli Usa, studiando in una scuola di settore».
Nostalgia da video?
«Zero. La tv generalista non mi manca. Io so raccontare luoghi e gente, non sono un presentatore. Ecco perché il mio futuro lo immagino dietro una macchina da presa, non più davanti».
È mai stato tentato da un reality?
«Mi hanno chiamato per “L’isola dei famosi”, ho detto no. Quel genere di programma ti offre l’ultima fiammata di un fiammifero che si sta spegnendo».
Guido, nel frattempo ci aggiorni su di lei. Dove vive?
«A Milano».
Sposato? Figli?
«Fidanzato. Un figlio mi manca».
Torniamo indietro, a quando era lei il figlio.
«Nasco a Genova il 5 giugno 1963, siamo tre fratelli e una sorella, papà fa il dentista ed è un uomo molto severo. Fino a 14 anni sono il bambino più timido del mondo. Poi, dopo una vacanza estiva in un vecchio convento, mi scatta la ribellione. E divento un disgraziato».
Scuole?
«Dai preti Barnabiti a Genova. In prima Liceo classico vengo bocciato dopo che per tre mesi di fila non mi presento».
Quando il primo tatuaggio?
«Nel 1983, un delfino sulla spalla destra. E quando lo esibisco a casa è uno scandalo».
Quanti ne ha ora?
«Non lo so. L’ultimo risale a tre anni fa, un graffio d’orso».
Fisicato e tatuato, Genova, il mare... Chissà quante ragazze.
«La prima fidanzata la mollo quando viene a vedermi giocare a pallone. E ogni volta che cado entra in campo per soccorrermi».
Buon calciatore?
«Attaccante, poi centrocampista, poi difensore. Infine in porta».
Dicevamo delle ragazze. Ne ha avuto molte?
«Ai tempi poche. Anche dopo, poche. Ho la fama del playboy, ma senza motivo. Per due volte, al “Costanzo Show”, cercarono di farmi tranelli per scoprire flirt famosi. Inesistenti. Sa, quando girano certe voci...».
Sempre meglio quelle dicerie, rispetto ad altre... Perché quello sguardo?
«Ho capito cosa intende. Posso dire una cosa? Sono fiero di aver lavorato in un certo ambiente dello spettacolo e di essere vergine di naso».
Intende niente cocaina, niente droghe?
«Mai».
Prussia, torniamo alle donne. Dice di non aver avuto storie famose, eppure... Non è stato con la cantante Syria?
«Sì, storia vera e tre anni di fidanzamento. La conosco a Sanremo nel ’96. “Studio Aperto” mi invia al Festival, sono nel loggione e quando la vedo esibirsi dico: “La amo!”. Vince, è giovanissima e penso: meglio tornare tra un anno».
Torna davvero?
«Belìn se torno. Ci conosciamo e organizzo un’intervista per il programma “Ciak”».
Scusi, ma quella non era una trasmissione sul cinema? Che c’entra la canzone?
«Convinco il direttore Medail spiegandogli il vero motivo... L’intervista inizia alle 8 di mattina e finisce alle 4 di notte. Poi le monto un video tutto per lei. E ci mettiamo insieme».
Riparliamo della sua infanzia. Si diploma al Liceo Classico, poi?
«Mi iscrivo all’Università».
Facoltà?
«Tutte! Inizio con Medicina, poi passo a Economia e Commercio, poi ancora Lettere e infine Scienze Politiche».
Numero di esami?
«Uno solo, voto 28. E per non correre il rischio di rovinare la media, non ne faccio altri!».
Buona questa. Quando il contatto con la tv?
«Tutto merito di Berlusconi».
Cioè?
«Anni ’80, sono al Salone Nautico di Genova e lo vedo da lontano. Lo raggiungo: “Berlusconi, complimenti, sono un grande tifoso del Milan”. “Grazie, ma. non stiamo andando molto bene in questo campionato”. E io: “Ma i complimenti non sono per la squadra, sono per lei. Per tutto quello che fa”. Allora mi prende sotto braccio e mi porta a fare due passi».
Che le dice?
«Mi domanda cosa vorrei fare da grande, rispondo scrittore o cantante. E mi illumina: “Cribbio, ricordati che i sogni vanno sempre inseguiti, perché nella vita si può fare tutto”».
E Guido Prussia che fa?
«Decido di andare a Milano, a Mediaset, per incontrare Giorgio Medail che conduce il programma “I misteri della notte”. Sta per girare un servizio a Roma e gli dico che ho una cugina là, potrei andarla a trovare e approfittarne per spiare come lavora lui. Accetta. Poi, con la balla della cugina, lo seguo anche nei servizi successivi finché si stufa di avermi tra i piedi e chiede: “Vuoi provare?”».
Iniziate a lavorare insieme nella trasmissione “Mai visto”.
«L’idea è realizzare un programma a costo zero, con alcuni ritagli di servizi o interviste già realizzati e mai andati in onda».
Le scene più belle?
«Benigni che saluta con affetto la Praderio, saltandole addosso. Oppure i provini di Tinto Brass. A stupire non era il fatto che lui fosse davvero un erotomane, ma che tutte le ragazze ci stessero pur di fare i suoi film».
Lei diventa giornalista professionista, si occupa di spettacolo e costume e cura “Ciak”, con incontri e interviste.
«La più buffa e complicata che realizzo è quella con Kurosawa, perché lui non sa l’inglese. Ogni domanda viene tradotta dall’italiano all’inglese al giapponese».
La più strana?
«A Ben Kingsley, a Cannes. Io, per principio, non mi preparavo, mi piaceva fare incontri senza sapere nulla per essere più curioso. Prima domanda: “Come si è trovato a interpretare il suo personaggio?”. Risposta: “Lei ha visto il film?”. “Ma certo. Mi dica del suo personaggio”. “Ma lei è sicuro di aver visto il film?”. Risultato: credevo fosse a Cannes per “Ghandi”, invece era lì per un lavoro in cui doppiava un ranocchio! Che figura».
Nel 1997 inizia “Hotel California”. Come nasce l’idea?
«Da sempre appassionato della California, vado dal direttore di rete a proporre servizi in cui racconto quei posti on the road, con la mia nuova telecamerina digitale. Risposta: “Non ci interessa e non li manderemo mai in onda”».
Allora rinuncia?
«Macché! Prendo le ferie e ci vado lo stesso. Fregandomene. E in un mese e mezzo raccolgo un sacco di materiale, viaggiando con la moto».
Una delle idee geniali è rovistare nella spazzatura dei vip.
«In quella di Marlon Brando ci sono cassette di vino di ogni tipo, in quella di Brad Pitt decine di occhiali da sole rotti, in quella di Madonna resti di cibo macrobiotico».
Altra trovata: andare nelle location di film e telefilm famosi. La volta più bella?
«Scopro la casa in cui hanno girato “Happy Days”. Busso e apre un giapponese. “Lei sa dove abita?”. Mi guarda stranamente, come per dire: “Belìn, questo qui che cacchio vuole?”. Gli spiego che è la casa di “Happy Day” e allarga le braccia. Alza le spalle: “Chissenefrega?”».
Altri incontri del genere?
«Da casa di Michael Jackson devo scappare. Le guardie del corpo mi minacciano: “Se non sparisce entro 5 minuti arriva la Polizia”».
Guido, lei raccoglie tutto il materiale e poi torna in Italia.
«Preparo un numero zero e lo produco con Federico Grillone. Il direttore di rete dice ok. E lo prova».
Curiosità. Il titolo chi lo sceglie?
«“Hotel California” è la mia canzone preferita in assoluto».
Il programma fa subito il boom.
«Otteniamo il 12 per cento di ascolti, malgrado gli orari strani e il fatto che le puntate siano solo sei».
In tutto, saranno 12. E anche le due edizioni successive vanno benissimo.
«Il programma è a costo zero. Le moto me le dà lo sponsor e il lavoro lo facciamo in tre: io, un cameramen e nell’ultima serie Vanessa Martins».
Tra gli altri servizi, un’intervista a Pamela Andersson.
«Dicono che è a Malibù e mi precipito. Quando sto per avvicinarmi i responsabili della sicurezza mi mandano via a calci nel culo. Registro tutto e lo trasmetto, anche se è come ammettere un fallimento. Così, appena ho la possibilità,  decido di riprovarci. La seguo in auto e finalmente mi danno l’ok per l’intervista. Gratis. Gra-tis. E da buon genovese apprezzo...».
Bella donna?
«Bellissima».
Prussia, lei è stato anche nel punto esatto dove è morto James Dean.
«Stesso mese, stessa ora, stessa statale, stesso km. Il tramonto non ti fa vedere nulla in quell’incrocio...».
“Hotel California” ha successo. Guido Prussia ha successo. Però, dopo tre anni, la trasmissione non va più in onda e lei lascia Mediaset. Perché?
«Credo di essere uno dei pochi ad essermene andato via pur avendo un contratto. Volevo provare a viverci, in California. Non solo raccontarla di passaggio».
Urca, scelta coraggiosa. Andiamo a vivere là insieme, allora. Racconti.
«Prendo una casa a fianco di quella di Marilyn Monroe, 1000 dollari al mese. Ogni mattina faccio colazione al bar con Dustin Hoffman. Acquisto un’auto cabrio, conosco la figlia di un grande produttore ed entro nel giro giusto. E quando posso vado in spiaggia, per ammirare il mare e darmi pizzicotti: “Guido, è tutto vero?”. Capito? Una vita stile “Il grande Lebowski”».
Ora le manca la California?
«Non ci torno da tempo. La conosco bene, non ho più l’entusiasmo di una volta. Forse mi ha pure un po’ stufato».
È attratto da qualche altro posto in particolare?
«L’Est e non certo per turismo sessuale. Ho il pallino per quei posti, mi intrigano. Ora potrei farei “Hotel dell’Est”. Intanto sto pensando a nuovi format da vendere all’estero. Proprio nelle tv di quei Paesi».
Prussia, ultime domande veloci. 1) Un programma tv che le piace?
«“Chiambretti Night”. E prima “Markette”. Pierino mi è sempre stato simpatico».
2) Un programma sui viaggi che guarda volentieri?
«“Turisti per caso” era fatto bene».
3) Musica preferita?
«Quella di fine Anni ’80. Gli Eagles, David Bowie».
4) Rapporto con la religione?
«Ho fatte le scuole dai preti, direi buono».
5) Paura della morte?
«Se ci penso sì. Per fortuna ci penso poco».
6) Rapporto con il sesso?
«Meglio ora».
Ricorda la prima volta?
«Belìn, avevo 17 anni. Tutto di nascosto per non farci sentire dai nonni nella stanza a fianco».
7) Una cazzata che non rifarebbe?
«Da ragazzino ho rubato un autobus, erano gli anni della ribellione. Ma dopo 1 km l’ho abbandonato».
8) Cosa c’è scritto, sulla sua carta d’identità, sotto la voce professione?
«Non ho la carta d’identità, l’ho persa e non ancora rifatta».
9) Cosa farà scrivere? Lei ha fatto un po’ di tutto.
«D’istinto mi verrebbe da mettere creativo. Ma adoro la battuta: “Vieni avanti creativo”. Quindi meglio evitare. Mi sento giornalista. Sono giornalista».
Ultimissima. Guido Prussia ha un sogno?
«Altro che uno! Dovessi scegliere, mi piacerebbe girare un film vero, per il cinema. Come regista».

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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