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«Sole, cuore e amore: doveva essere lo spot delle patatine e invece...»

Autrice e interprete del tormentone estivo del 2001, ha conquistato l’Italia con “Tre parole”. «La fama mi fece entrare in una realtà mistica, non mi rendevo conto di niente»

22 Novembre 2010

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«Sole, cuore e amore: doveva essere lo spot delle patatine e invece...»
Sole. Cuore. Amore. Tre parole e un successo pazzesco. Unico. Valeria Rossi è esplosa dal nulla, nell’estate del 2001, cantando il brano “Tre parole” che in poche settimane ci ha conquistati, diventando un record di vendite e il tormentone da spiaggia. Concerti, applausi, apparizioni tv, fan, Valeria è stata travolta da una fama inaspettata e non è più riuscita a liberarsi dal marchio di quella canzone. Non è più riuscita nemmeno a ripetersi. Così ha deciso di cambiare modo di lavorare. Ora fa la vocal-coach e compone per altri. Il brano “Dove non ci sono ore” cantato da Jessica Brandi e arrivato secondo all’ultimo Sanremo giovani, è opera sua.



Valeria Rossi, ma...
«Scusi, la prima domanda posso farla io?».
Prego.
«Come mai ha pensato di intervistare proprio me?».
L’hanno richiesto molti lettori. Il brano “Tre parole” è conosciuto da ogni generazione e basta dire Valeria Rossi che tutti fischiettano “Sole, cuore e amore”. Scusi, perché sorride?
«Nome e cognome li ho inizialmente considerati banali. Pensi che al momento di firmare il primo contratto ero sul punto di scegliere un nome d’arte. Volevo farmi chiamare Valeria Ruiz. Poi, per fortuna, ho capito che era meglio restare vera in tutto. E oggi la gente apprezza».
Già, quale è la domanda più ricorrente che le fanno per strada quando la riconoscono?
«Beh, facile. Mi chiedono che fine ho fatto».
Che risponde?
«Resto un po’ spiazzata e ci giro intorno. Difficile sintetizzare e spiegare tutto nei dettagli. La vita va avanti, cambia. E cambiamo anche noi e il nostro lavoro».
Di preciso di cosa si occupa adesso?
«Sto collaborando con Pierpaolo Guerrini, uno dei compositori di alcune delle canzoni più belle di Bocelli. Tiziano Ferro, invece, ha realizzato una versione spagnola del mio brano “Ti dirò” con l’intenzione di farla propria.  Inoltre Faccio la vocal-coach, preparo giovani cantanti ad affrontare con padronanza e tranquillità esibizioni davanti a migliaia di spettatori. La mia è una metodologia di insegnamento efficace e innovativa, profonda e olistica: si chiama psico-bio-risonanza».
Lei non canta più?
«Adesso compongo. L’ho fatto per  molteplici artisti, tipo Mietta e altri,  e ora lo faccio principalmente per Jessica Brando, che è arrivata seconda allo scorso Sanremo giovani con il brano “Dove non ci sono ore”. Sto meno sotto i riflettori e mi va bene così. Sono soddisfazioni diverse, ma sempre grandi».
C’è molta richiesta di lavoro?
«Moltissima. Pensi che a X Factor si presentano 80 mila aspiranti interpreti. E hanno bisogno di qualcuno che scriva belle canzoni per loro».
A proposito, le piacciono i talent show?
«Non molto. Tempo fa mi hanno proposto di partecipare  a Music Farm. Ho rifiutato, in quel momento non mi andava di avere ancora un’immagine pubblica televisiva da gestire».
Reality preferito?
«“Reparto maternità”».
Come mai?
«Un anno fa è nato Miro, sono felicissima e sto vivendo una fase serena della mia vita. Sono realizzata. Come dire, mio figlio mi ha dato tre cose: sole, cuore e amore».
Buona questa. È sposata?
«Sì. Vivo tra Como e Roma e la famiglia si sposta sempre insieme, senza separarsi mai».
Le è già venuta l’ispirazione? Insomma, ha già composto qualcosa per Miro?
«Ho tempi lunghissimi, è troppo presto. Ma arriverà anche quel momento».
Le mancano la tv, la fama, il fatto di metterci la faccia ed essere una star in prima fila?
«No. Fare l’autrice è appagante allo stesso modo. Non sono una che ha bisogno per forza di apparire, non ho problemi di ego. E poi il successo è anche faticoso da gestire».
Non è che il fatto di essere finita dietro le quinte sia stato un po’ un modo per fuggire da un’etichetta? Sa, lei è e sarà sempre per tutti quella di “Tre parole”.
«Forse è vero. In Italia siamo tutti pigri, abitudinari. Se fai un pezzo che funziona ti si timbra addosso e non te lo togli più. Succede che ti sforzi di fare cose diverse, magari migliori, ma alla fine sei sempre ricordato per quello che hai già fatto».
È mai arrivata a odiare “sole, cuore e amore”?
«Odiare no, ma ho avuto una specie di rigetto. Alla fine però cerco di mantenere un buon ricordo di quel brano e penso solo ai vantaggi che mi ha dato».
Valeria, uno sguardo al futuro prima di parlare del passato.
«Ho molti progetti legati a Jessica e forse ancora a Sanremo. Ma è sempre un continuo lottare con le case discografiche che vogliono avere subito garanzie di rientro economico e privilegiano il lato pratico piuttosto che quello artistico. Così diventa dura portare avanti le idee. E io ne ho sempre avute molte. Fin da bambina».
Torniamoci, alla sua infanzia. Nasce a Tripoli il 7 marzo 1973 .
«Non proprio».
Non a Tripoli?
«Non nel 1973. È la prima volta che lo confesso: sono del 1969».
Eppure tutte le biografie...
«Scelta concordata con i discografici. Era il 2000 e avevo 31 anni. Troppi, secondo loro, per essere lanciata come giovane artista. Mi chiesero di spacciarmi per 27enne. Ma non pensi che sia una cosa tanto strana: molti artisti lo fanno».
 Dicevamo di Tripoli. Come mai nasce in Libia?
«Le famiglie di papà e mamma sono lì da generazioni. Mio padre era un piccolo imprenditore, fa import-export, mentre mia madre è chimica. Con l’ascesa al potere di Gheddafi, quando ho appena un anno, siamo costretti a tornare in Italia. E ci espropriano di ogni bene».
Mai più tornata laggiù?
«Sono considerata profuga, non potrei».
Come è la piccola Valeria ?
«Timida, chiusa. Eredito dai miei il trauma per essere stati cacciati».
Non ha ricordi felici dell’infanzia?
«Ho una specie di vuoto di memoria. Sono anni duri, arrivo quasi al punto di essere autistica, non parlo con nessuno e mi chiudo in un mondo tutto mio. Per fortuna mi aiuta la musica. Dai miei due fratelli più grandi eredito vinili del primo Bennato e dei Queen. Che ascolto da mattina a sera. Poi, per reazione, mi butto  nello studio».
Scuole?
«Liceo linguistico a Mentana, 30 km da Roma. Partecipo a tutte le manifestazioni studentesche, sono una pasionaria. Poi mi iscrivo a Giurisprudenza e vado a vivere da sola».
Si laurea in poco tempo?
«No, mi fermo poco prima della tesi, distratta da lavoretti di ogni genere - dalla traduttrice alla cameriera - che mi permettono di essere indipendente a livello economico. Un anno fa però mi sono laureata in Antropologia con una tesi sulle “esternazioni artistiche degli esuli italiani in seguito all’esodo per il colpo di stato di Gheddafi”».
Quando il contatto con il mondo dello spettacolo?
«In quinta liceo vinco un concorso e come premio posso seguire una compagnia teatrale in tournée come protagonista».
Ma non si appassiona alla vita dell’attore.
«Preferisco la scrittura, a 360 gradi. È un modo meraviglioso per fuggire dalla mia realtà. Scrivo poesie, racconti».
Intelligente e bella. Valeria, e i primi fidanzatini?
«A 16 anni, al mare al Circeo, conosco un ragazzo che suona la chitarra. Il lato artistico ci attrae, lui mi accompagna e io canto. E nasce un flirt che poi diventerà una forte amicizia che dura ancora».
Scusi, e perché ride?
«Indovini chi è?».
Boh. Famoso?
«Sì. Niccolò Fabi!».
Torniamo a lei e ai suoi inizi. Teatro, scrittura, ma soprattutto canzoni.
«Frequento tutte le scuole di musica di Roma, studio molto. Un giorno conosco Frankie Hi Energy ed è un incontro importante: sarà lui a propormi di scrivere e a incoraggiarmi a comporre».
Diventa autrice.
«Il primo contratto lo firmo con la Sony nel 1995. Mi presento con una serie di provini, tutti eseguiti da me. Il materiale piace, decidono di non sprecarlo dandolo ad altri interpreti e lo tengono in un cassetto, sperando di convincermi a cantare».
Ci riescono nel 2000.
«La Sony mi fa firmare con la BMG, che decide di puntare soprattutto su un brano. Il più forte».
Già, “Tre parole”. Quando le viene l’ispirazione?
«Tre anni prima, quando il discografico Enrico Romano mi chiede di comporre un Jingle per  lo spot delle Patatine Fonzies. Di getto mi vengono subito in mente strofa e ritornello».
No Valeria, si fermi. Spieghiamo bene cosa significa essere ispirati. Come funziona. Quando succede. Come nascono un testo o una musica.
«Le idee migliori le ho nel sonno o la mattina presto, nel dormiveglia. Ecco perché tengo un registratore sul comodino ».
Mai capitato di sognarsi addirittura un brano?
«Una notte mi sveglio di colpo. Agitata. Mi è appena apparso Ivano Fossati che canta. Registro le parole e poi, il giorno successivo, cerco di scoprire se il testo esiste già, se rischio il plagio».
Risultato?
«Tutto inedito! Così nasce parte del brano “Ritratto”, contenuto nel mio secondo album».
C’è qualcosa in particolare che, scusi il gioco di parole, ispira le sue ispirazioni? Un profumo, un suono, un gesto meccanico?
«Il cibo. Lo adoro. Un piatto di lasagne caserecce ben fatto mi dà euforia, piango dalla commozione. La mia canzone “Luna di lana” contiene, in ogni riga, un riferimento al cibo».
Torniamo a “Tre parole”. Anzi, prima una curiosità: le piace  il formaggio?
«Sì, perché?».
Beh, i Fonzies sono patatine al formaggio... L’hanno ispirata bene.
«Ahahaha. La mia fortuna, però, sarà che per quello spot non verrà scelto il mio Jingle. Così lavoro con calma sul motivo per tre anni. E alla fine, quasi a tempo scaduto, nasce il brano poi diventato famoso».
In che senso a tempo scaduto?
«La prima versione del testo è così: “Sono il guaritore / sono il tuo dolore / Sono la notte che deve passare”. Poetica e un po’ crepuscolare».
Ma poco incisiva.
«Arrivo allo studio per registrare e capisco che non funziona. Ma ormai bisogna concludere, perché scadono i tempi per presentare il lavoro a Sanremo. Devo dire grazie all’incontro con Francesco Cabras, autore, regista, attore. È sua l’idea delle tre parole. Sole. Cuore. Amore».
Valeria, ma che periodo della sua vita stava attraversando in quel momento?
«Una fase in cui sono alla ricerca di una soluzione semplice per una situazione complessa, in cui vorrei comunicare dei sentimenti ad una persona contorta, complicata».
Tradotto, problemi d’amore?
«Sì».
Risolti con quelle tre parole?
«No, ci siamo lasciati!».
Ops. Andiamo avanti. Fa in tempo a presentare il brano alle selezioni di Sanremo Giovani 2000?
«Entro in finale, ma vengo bocciata».
Complimenti alla giuria. In radio, invece, la canzone fa subito il boom. E  nel 2001, quando lei si presenta al Festivalbar, è un trionfo. Quando la prima esibizione?
«A Taormina, 20 mila persone, prima volta che salgo su un palco in vita mia».
Come va?
«Boh, non ricordo».
Scusi?
«Mi resta l’immagine dell’Etna che erutta sullo sfondo, con la luna piena. Poi il buio».
Scherza, vero?
«Serissima. In quel momento entro in una specie di realtà mistica. Non sono più presente, è come se ci fosse qualcun altro che prende il mio posto».
E il giorno dopo?
«Stessa cosa. Vivrò così per tutto il tempo del grande successo, senza rendermi conto di nulla. E sarà la mia fortuna: avrei corso il rischio di essere travolta dalla popolarità e andare fuori di testa».
“Tre parole” diventa in poco tempo un tormentone estivo e fa il record di vendite: 10mila copie in tre settimane. Lei vince il Festivalbar, un triplo Disco d’Oro (circa 200.000 copie vendute), un Italian Music Award e una Nomination agli Mtv Awards. Raggiunge il primo posto della classifica italiana dei brani più acquistati e vi resta per sette settimane, e infine diventerà il secondo più venduto in Italia nell’intero anno. Domanda inevitabile: è diventata ricca?
«Guardi, ancora oggi prendo qualcosa in diritti d’autore, mi garantisce una rendita mensile: come un affitto di un  piccolo appartamento».
E in quei tempi?
«Ero sola e inesperta, non avevo un manager. Se ne sono approfittati».
In che modo?
«Le faccio un esempio. Nel pieno successo mi invitano a Catania per il primo concerto live. Non chiedo soldi, essere lì mi sembra già un grande regalo. A distanza di tempo ho scoperto che il locale aveva pagato qualcosa come 40 mila euro! A chi siano andati quei soldi, però, rimane un mistero».
Restiamo al momento di massima fama. Tutti vogliono Valeria Rossi. Tutti la ascoltano. Però c’è anche chi la provoca. Accusano “Tre parole” di essere un brano banale.
«Troppo superficiale liquidarlo così. In quel periodo, invece, mi arrivano interpretazioni ermetiche, alchimie, testi cabalistici e buddisti che provano a spiegare aspetti nascosti della canzone».
Il suo brano successivo è “Tutto fa l’amore”. Poi l’album “Ricordatevi dei fiori”, il singolo “Tutte le mattine” e nel 2003 “Luna di lana”. Il secondo album, nel 2004, è “Osservi l’aria”.
«Difficile ripetere il boom di “Tre parole”. Impossibile».
Valeria, quando rientra in sé?
«Nel 2005 la morte di mio padre mi fa ritrovare il senso della misura. Mi riprendo la mia vita».
Ultime domande veloci. 1) Musica preferita?
«Cantautori italiani».
2) Una canzone che le piacerebbe interpretare?
«“Un mondo d’amore” di Gianni Morandi».
3) Qualcuno per cui le piacerebbe comporre un brano?
«Bocelli, il top mondiale».
4) Rapporto con la religione?
«Cerco di avere un rapporto cordiale».
5) Ha paura della morte?
«Ora sì, per mio figlio».
6) Rapporto con il sesso?
«Sereno. Adesso è sereno, ma all’inizio...».
Non lo è stato?
«No. Sì, insomma... Ecco...».
...
«...ho subìto degli abusi...».
Valeria, le va di parlarne? Decida lei.
«...».
7) Cambiamo argomento. Qualcuno che vorrebbe riabbracciare?
«Mio papà».
8) Rapporto con la politica?
«Mi piace chi lotta per i deboli, che sia di destra o di sinistra».
9) Un film nel quale vorrebbe vivere una settimana?
«“La vita che vorrei” di Piccioni».
Ultimissima. Oggi quali tre parole vorrebbe ricevere?
«Qualità, qualità, qualità. In tutti i campi, voglio solo poter scegliere il meglio».





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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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