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«Hop hop somarello, ma l'asino sono stato io»

Trent’anni fa si classificò sesto al Festival di Sanremo stupendo l’Italia. Poi fu travolto dal successo e da una serie di guai e finì sul lastrico. «Ora vivo e canto in Brasile»

24 Gennaio 2011

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«Hop hop somarello, ma l'asino sono stato io»

Hop hop hop somarello/trotta trotta, il mondo è bello/hop hop hop somarello/trotta trotta, tu porti l'agnello. Basta il ritornello, per ricordarsi di questo storico brano e di Paolo Barabani, che lo cantò al Festival di Sanremo trent’anni fa classificandosi al sesto posto. Successo, tv, autografi, un vero boom che però, presto, si trasformò in boomerang: Barabani non riuscì a ripetersi e tornò nell’anonimato. Poi fu travolto da una serie infinita di guai. Oggi Paolo vive in Brasile, dove si è trasferito da 15 anni, e guadagna con i diritti d’autore.

Paolo Barabani, il 5 febbraio 1981 lei cantava “Hop hop somarello” a Sanremo. Sono 30 anni fa...
«Incredibile. È passato molto tempo e nel fisico lo sento. Nell’anima, però,  no. Il segreto è avere sempre una speranza, è quello che ti fa andare avanti restando giovane».
Guarderà il prossimo Festival?
«No perché sarò in Brasile, dove vivo e ho la residenza. Delle ultime edizioni, però, mi hanno riferito che non mi sono perso nulla di speciale».
Brasile!? Wow! Raccontiamo.
«Vivo a Barra de Sao Francisco, comune dello stato dell’Espírito Santo».
Da quanto tempo?
«Molti anni, è una storia lunga».
Pronti, via.
«Inizia tutto nel 1985, in vacanza, quando conosco Denise, ginecologa. Ci sposiamo nel 1988 e inizialmente viviamo in Italia, così lei perfeziona gli studi. Poi, quando nel 1994 muore mio padre e perdo ogni vincolo familiare, il trasferimento in Sudamerica. E...».
...e?
«Nel 1994 nascono Robinson e Stephanie, gemelli».
Paolo Barabani, in quel periodo, che lavoro fa?
«Investo tutto sulla professione di mia moglie. Acquisto un apparecchio di ultrasonografia e un mammografo, metto su uno studio provato tutto per lei. Finché...».
Che succede?
«Un giorno, dieci anni fa, controllo con attenzione il conto corrente e mi accorgo che c’è qualcosa che non va. Troppi debiti. Un buco. Un crack vero e proprio, sono sul lastrico. Scopro che Denise, mia moglie, è malata, è una spenditrice compulsiva».
Cioè?
«Acquista abiti e oggetti costosi solo per il gusto di comprarli, anche se non le servono. Sperperando, così, tutti gli averi».
E lei che fa?
«Torno in Italia, chiedo un prestito alla banca e per un anno lavoro come operaio e facchino pur di guadagnare qualcosa. Senza immaginare che il peggio, però, deve ancora arrivare».
Che succede?
«Quando torno in Brasile, Denise mi spiega che è innamorata di un altro. Si vuole separare. Oltre il danno, la beffa».
E lei come reagisce?
«Quelli successivi saranno tre anni di purgatorio. In cui mi chiederò come è possibile, mi domanderò se sono stato  ingenuo e alla fine penserò che - altro che “Hop hop somarello” - il vero somaro forse sono stato io...».
Buona questa. Dura uscirne?
«Molto. In quel periodo arrivo a pensare le cose peggiori, anche di farla finita. Medito il suicidio e mi fermo solo all’ultimo momento. Dopo tre anni, per fortuna, conoscerò Erika, la mia attuale morosa che ha 36 anni e fa la commessa. Ora sono innamoratissimo e felice, vivo con lei in Brasile».
E Paolo Barabani, in Sudamerica, che lavoro fa?
«Canto. Prevalentemente brani romantici: da un italiano vogliono solo quelli».
Con la musica riesce a viverci?
«No. Mi aiuto con i diritti d’autore dei testi che ho scritto in carriera».
Ne ricava uno stipendio?
«Per il Brasile sì. Per l’Italia no. E questo è uno dei motivi per cui tra pochi giorni ripartirò. Il costo della vita da voi è insostenibile».
La gente la ricorda e la riconosce ancora? Che le chiede?
«Quando sono qui mi capita di essere fermato. E la battuta è sempre la stessa: “Il suo cavallo di battaglia è Hop hop somarello?”».
Divertente. Paolo, ora galoppiamo all’indietro. E torniamo al piccolo Barabani.
«Nasco a Bologna il 13 maggio 1953 e siamo due fratelli: io e Carlo. Babbo è mugnaio e poi aprirà un maglificio, siamo una famiglia piccolo borghese».
Quando il contatto con la musica?
«A 12 anni, nel maglificio, inizio a suonare, come fossero tamburi, i coperchi di alcuni cartoni. Poi papà mi acquista una batteria usata ed entro a far parte di un primo gruppetto del paese».
Nome?
«“New Judas”».
Scusi, perché ride?
«Vangelo e temi religiosi hanno condizionato la mia musica!».
Vero. Poi?
«Passo a un gruppo più grande, le “Ombre”, sempre alla batteria. E finalmente  ho l’occasione di prendere qualche lezione privata».
Dove?
«Il mio babbo ogni venerdì va a Bologna per lavoro, io lo accompagno e, grazie ad amici comuni, mi metto in contatto con Tullio De Piscopo».
Mica male come inizio!
«Ci troviamo nella sua stanza d’albergo e lui, tenendo in mano un tamburello, fa cose pazzesche. Mi insegna di tutto senza avere a disposizione alcun strumento: la  mia batteria è una sedia».
Paolo Barabani affina la tecnica e diventa un bravo batterista. O no? Come mai quello sguardo perplesso?
«È l’anno della maturità scientifica e un giorno, tornato a casa, non trovo più la batteria che  mi stavo pagando a rate: mamma l’ha venduta per paura che mi distraesse dallo studio!».
Urca. E che fa?
«Compro una chitarra, più maneggevole, e inizio a comporre brani e registrare cassette. Che poi vado a proporre alla “Baby Records”, a Milano».
Primo incontro importante?
«Mentre aspetto conosco un ragazzotto con una bella voce, che hanno già scelto come promessa. Si chiama Enzo Ghinazzi e tra noi c’è feeling. Diventiamo amici e ci mettiamo a comporre insieme».
È Pupo. Che nel 1980 porta a Sanremo “Su di noi”, brano che avete composto insieme.
«In quei mesi sono ancora in stand by come cantante, perché vogliono farmi interpretare brani stile “Ricchi e Poveri”, mentre io mi vedo meglio come cantautore».
Pupo invece diventa famoso al Festival. Curiosità: in quel periodo ha già il vizio del gioco d’azzardo?
«Dopo Sanremo decidiamo di tornare a casa insieme con la sua auto. Percorriamo pochi metri e Pupo si ferma su un marciapiede, con le quattro frecce accese. “Aspettami qui, torno subito”. Mi volto, c’è il Casinò...».
Perso o vinto?
«Perso e quasi ci litigo».
L’anno dopo, invece, arriva il momento di Paolo Barabani.
«Gian Piero Reverberi mi chiede di andare da lui negli Usa, a Nashville, per registrare un Lp. Prima di partire passo da De Andrè e gli chiede di leggere i testi, tanto per capire se possono funzionare. Fabrizio mi riceve, poi mi guarda con aria severa: “Non è De Gregori, ma vanno bene”».
Al ritorno in Italia il disco è pronto, si intitola “In riva al bar”.
«Mi viene proposto di partecipare a Sanremo, penso che vogliano farmi interpretare  la canzone che dà il titolo all’album, la più importante. A sorpresa, invece, mi viene chiesto di portare “Hop hop somarello”, il brano più strano!».
Già, parliamone. Quando lo compone? Dove? Perché?
«Pomeriggio piovoso del 1977, sono a casa da solo e mi viene l’idea di buttar giù qualcosa di stravagante, imprevedibile. Così, anzichè parlare di Gesù, decido di raccontare il somarello che lo accompagna».
E capisce subito che sarà un boom.
«Nooo. Macché! Mi rendo conto che è qualcosa di diverso, sì,  ma non capisco che potrà fare successo».
A Sanremo si classificherà sesto. E il ritornello è ancora ricordato oggi,  dopo 30 anni. Perché?
«Le radio libere, in quel periodo,  lo trasmettono a ripetizione. Il successo di “Hop hop somarello”, però,  sta tutto nella politica».
In che senso? Spieghi meglio.
«È il 1981 e ogni schieramento adotta il brano come fosse suo. La sinistra proletaria lo considera per il somarello; la destra conservatrice per Gesù».
Lei da che parte stava?
«Ero di sinistra. Ora non più».
Torniamo a  Sanremo. Quella edizione la si ricorda per il litigio dei “Ricchi e poveri” e l’addio di Marina Occhiena.
«Appena arrivo al Festival li trovo chiusi in una stanza, con avvocati che entrano ed escono. E capisco che ci sono guai grossi».
Arriveranno quinti con “Sarà perché ti amo”.
«Brano composto qualche tempo prima da Pupo, una sera al ristorante. A tavola ci sono anche io e partecipo con un paio di idee, tanto che alla fine mi viene chiesto se voglio firmarlo. E sa che faccio?».
No.
«Rifiuto! Altro esempio di quanto sia stato un po’ somaro nella vita...».
A vincere  è Alice con “Per Elisa”.
«Brano composto con Battiato. Lei, però, se la tirava troppo».
Al secondo posto si classifica Loretta Goggi con “Maledetta primavera”. Al terzo Dario Baldan Bembo con “Cosa fai stasera”.
«Cantautore normale».
Quarto Barbarossa, con “Roma spogliata”.
«Meritava di meno. Brano premiato dalla Roma politica».
Dopo il successo di Sanremo, Paolo Barabani viene travolto dalla popolarità. Serate, trasmissioni tv, autografi.
«È un meccanismo che ti travolge senza che te ne renda conto. Non sei più tu. Io l’ho capito dopo 6 mesi e ho reagito chiudendomi. Nel frattempo, però, mi ha fregato anche il servizio militare».
La naja non l’ha agevolata.
«Una sfiga che non ci voleva. Anche perché un giorno mi sveglio con uno strano brufolo sulla schiena. Mi visitano ed è tubercolosi. In tutto, tra militare e cure in ospedale,  perderò un anno».
Il rientro sarà quasi impossibile.
«Provo a tornare nel giro, ma sono troppo ermetico. E mi manca l’aiuto di Pupo, che nel frattempo è inguaiato».
A proposito, vi sentite ancora?
«No. Non riesco più a contattarlo. Mi evita. Non ho capito se ho sbagliato qualcosa io. Vorrei capirlo».
Paolo, ultime domande veloci. 1) Cantante preferito?
«Vasco, contadino furbo, ma molto bravo».
2) Un brano che le piacerebbe aver interpretato?
«“One” degli U2».
3) Uno che avrebbe voluto comporre?
«“One” degli U2».
4) Un artista sopravvalutato?
«Zucchero».
Ultimissima. Le chiedono ancora di cantare “Hop hop somarello”?
«Certo. E lo faccio volentieri: “Lento lento sulla strada di Gerusalemme/sulla sella di un somaro/viene l’uomo di Betlemme/è un gran santo, un mendicante/un pellegrino, un gran furfante/un artista non cantante di novelle/hop hop hop somarello/trotta trotta, il mondo è bello/hop hop hop somarello/trotta trotta, tu porti l’agnello”».




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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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