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Un pittore da riscoprire

Ottorino Mancioli, artista "di destra" diviso tra medicina e futurismo

1 Aprile 2016

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La vicenda di Ottorino Mancioli, pittore e scultore nato a Roma nel 1908 e morto - sempre nella Capitale - nel 1990, presenta più di un tratto emblematico. Innanzi tutto è una riprova che la fama di un artista non necessariamente corrisponde al suo effettivo valore. In secondo luogo ribadisce quanto, per un creativo, sia importante (e sempre lo sia stato) fare vita sociale e frequentare gli ambienti «giusti». Infine conferma che, nella seconda metà del Novecento, la mancata adesione a una certa area politica, quella della sinistra comunista, poteva costare piuttosto caro in termini di visibilità e di affermazione personale.

È vero che Mancioli, nell’arco della sua esistenza, non ha svolto esclusivamente l’attività di artista (la quale, anzi, ha corso sempre in parallelo rispetto alla professione di medico), e ciò può di per sé avere costituito un limite e un freno, ma il numero esorbitante di opere da lui prodotte lascia intendere che, ne avesse avuto l’opportunità, si sarebbe dedicato totalmente al disegno. E se, appunto, quest’opportunità non c’è mai stata, lo si deve soprattutto alle sue idee e scelte di vita. Di Mancioli si è appena conclusa una bella mostra presso la “Galleria Fidia Arte Moderna” di Roma (Via Angelo Brunetti n. 49, [email protected]): Il dialogo silente. Lo sguardo nelle opere di Ottorino Mancioli, per la cura di Costanza Savelloni. Perno della retrospettiva - fortemente voluta dalla figlia di Ottorino, Laura, che dalla metà degli anni Novanta si occupa con merito della valorizzazione del ricco repertorio paterno - è staa una delle qualità più rilevanti di Mancioli: lo spirito di osservazione, l’acutezza di un sguardo in grado di cogliere il dettaglio (che si tratti del movimento compiuto da un corpo o di uno scambio di occhiate tra due amanti) e di restituirlo per mezzo di un segno dalla formidabile sintesi. Già volontario nella Legione spagnola nel 1936, allo scoppio della guerra civile, Mancioli nel 1942 rimane ferito al braccio destro a El Alamein, il che gli impedisce di portare a termine la specializzazione in chirurgia. In precedenza aveva però già svolto il servizio militare in Marina e, dopo aver provato invano (per ragioni di anagrafe) a entrare in Aeronautica, aveva frequentato il corso per paracadutisti a Tarquinia, dove aveva conosciuto Gianni Brera, del quale resterà sempre amico e che, in più di una circostanza, lo aiuterà a lavorare nell’editoria.

Soffermandosi sulle opere di Mancioli (i dipinti, le illustrazioni e le poche ma magnifiche sculture: da un drammatico crocifisso ad alcuni guizzanti nuotatori), ci si rende subito conto di trovarsi di fronte non a un creativo occasionale ma a un artista autentico, fornito di una solida e coerente visione della realtà. Se l’amore per il gesto atletico e per il dinamismo autorizzano a ricondurre molti suoi lavori, soprattutto quelli a tema sportivo, nell’alveo dell’eredità futurista, le prove di maggior significato sono forse quelle più spiccatamente espressionistiche, in cui la lezione di Otto Dix e soprattutto di Grosz si carica - in particolare in certi spaccati postribolari, ma anche nei frequenti idilli amorosi gravidi di sensualità ed erotismo - di umori spessi e provinciali, quasi felliniani. Senza remore o sensi di colpa, Mancioli fornisce il punto di vista di un uomo borghese e conservatore a cui non interessa porsi dalla parte del popolo o dei derelitti, essendo mosso da umana curiosità ma non da compassione. Egli rivendica il suo essere un maschio colto, amante dell’atletismo e concupiscente della bellezza femminile, e qui sta la sua massima originalità. Se è vero che le ideologie sono al declino, è giunta l’ora di innalzare Ottorino Mancioli al rango che, come artista, indubbiamente gli spetta.

di Giuseppe Pollicelli

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