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Fino al 7 gennaio

Torino, al Museo del cinema il legame magico che lega il suono all'immagine

13 Dicembre 2018

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Musica & Cinema, un binomio unico che crea l’indicibile magia della Settima arte. Cosa rimarrebbe di classici come Casablanca, Manhattan, Shining – per non dire di Singing in the Rain, New York, New York, o di musical come Hair o The Blues Brothers - se li si privasse della componente musicale, che li ha resi indelebili nella nostra mente? L’alchimia del legame immagine-suono è analizzata e raccontata, anche interattivamente grazie ad una pedana sensoriale che trasforma il suono in vibrazioni sotto i nostri passi, nella grande mostra #SoundFrames, ospitata nella Mole Antonelliana, sede del Museo del Cinema di Torino. La musica, come sottolineano i curatori Grazia Paganelli e Stefano Boni, “concorre all’articolazione delle emozioni nello spettatore e alla rappresentazione delle emozioni nei personaggi, contribuisce allo svolgimento narrativo e produce un effetto sulla scansione del tempo”.

Questo è il potere che, da sempre, ha esercitato la musica insinuandosi magicamente tra l’immagine in movimento e lo stupore dello spettatore: quella che Bresson chiamava “la pellicola stregata”. Dai tempi del Muto a quelli del sonoro, partendo dalle origini con “Metropolis” di Fritz Lang (1927), scopriamo che il cinema non è mai stato silenzioso e che, sin dagli esordi, registi e produttori si sono rivolti ai più noti compositori per ottenere partiture originali capaci di nobilitare o amplificare il messaggio affidato alle immagini. Nel 1927, con il passaggio al sonoro, non a caso grandi autori come Hichcock affidano alla musica un ruolo comprimario. Negli anni ’30 nascono i primi musical, basati su canzoni e danza, e sullo schermo impazzano le leggiadre coreografie eseguite da Ginger Rogers e Fred Astaire, su musiche di Irving Berlin, George e Ira Gershwin, per arrivare al trionfo dei film di Stanley Donen interpretati da Gene Kelly. Così, negli anni 60, sarà il musical “West Side Story” ad aggiudicarsi ben dieci Oscar e fissare le regole del nuovo genere. Il più popolare, nel cinema americano, dopo il western. Nuove generazioni di compositori (Hermann, Bernstein, Rosenman) scoprono la forza della “dissonanza” e introducono il jazz e il folk, mentre il cinema si arricchisce di sonorità inedite. Nascono autentici sodalizi artistici tra registi e compositori, tra la Nouvelle Vague e la New Hollywood. Ma cosa accade se la musica decide di non assecondare più le immagini ma diventare, essa stessa, protagonista della ribalta? Nasce il genere dei documentari musicali, dei concerti filmati come Woodstoch e Gimme Shelter, dei biopic sulle vite dei musicisti e delle rock band, che trasformano in cinema l’alchimia musicale unica dei grandi performer, da Bowie a Prince, dai Sex Pistols a Bob Dylan. Fino al trionfo dei videoclip, negli anni ’90 con la nascita di Mtv, destinato a segnare una nuova epoca nel rapporto musica-film. Insieme a una nuova generazione di registi che, come Spike Jonze, approdano al cinema dal mondo dei videoclip.

#SoundFrames racconta questo affascinante percorso mentre i visitatori, armati di cuffie wireless che permettono di ascoltare in sincrono la musica associata ai vari spezzoni di film proiettati, vengono immersi in un viaggio emozionale interattivo nell’universo musicale del cinema. Con la possibilità, alla fine dell’esposizione, di sperimentare un gioco stupefacente: cambiando a nostro piacimento la colonna sonora dei vari film, possiamo assistere a come varia la percezione drammatica che le stesse sequenze acquistano, modificandone semplicemente l’accompagnamento musicale. Scoperto questo, vedere un film non sarà mai più la stesa musica.

di Beatrice Nencha

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