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Che follia affidarsi ai prof

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Conoscono poco le norme del Palazzo, non sono capaci di scrivere gli emendamenti e si arrabbiano se qualcuno fa notare i loro errori. E le riforme sono rimaste sulla carta

Lucia Esposito
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Con tutto il rispetto dovuto a persone con un curriculum lungo un chilometro, posso dire che a me i professori al governo, più che supertecnici,  sembrano insuperabili dilettanti? Non vorrei  mi si giudicasse insolente, ma ogni giorno che passa, invece della conferma che è stato giusto affidare le sorti del Paese a tanta scienza, si dimostra che aver dato a loro le chiavi di Palazzo Chigi è stata un'esagerata incoscienza. L'ultimo esempio a prova di ciò che sostengo è quanto accaduto ieri, a proposito del disegno di legge anticorruzione. L'esecutivo, per bocca del ministro Giarda, prima ha annunciato che avrebbe posto la fiducia sul maxi emendamento, poi ci ha ripensato sostenendo di non essere pronto, infine è ritornato sui suoi passi chiedendo di mettere tre distinti voti di fiducia. Un pasticcio che ha fatto perdere le staffe addirittura a un tipino fino come il presidente della Camera, il quale si è lamentato del comportamento, giudicandolo mortificante per la Camera. Il pasticcio, nato da un errore di procedura, è la prova che ai vertici conoscono poco le norme del Palazzo, e ancor meno sanno scrivere gli emendamenti. Fosse tutto qui, sarebbe poca cosa: un infortunio e nulla più, dunque facilmente rimediabile. Ma ciò che è accaduto tra lunedì e ieri è assai peggio. Qui non c'entra il ministro dei Rapporti con il Parlamento, uno che dopo quasi vent'anni al governo di tecnico forse avrà l'abbigliamento da montagna mentre il resto è politico. No, qui ha fatto tutto lei, la ministra del Welfare, la donna che per una vita ha studiato i sistemi previdenziali, pubblici e privati e i modi per garantire a chi invecchia le fonti di sostentamento una volta lasciato il lavoro. Elsa Fornero, forte di questa esperienza, è passata dall'Università al governo, premiata con il compito più gravoso che il nuovo esecutivo avrebbe dovuto affrontare: la riforma delle pensioni. Come è finita è noto: la neo ministra in lacrime ha fatto ciò che nessuno aveva mai osato, ossia obbligare gli italiani ad andare a riposo solo dopo i sessantacinque anni. Tutto bene dunque? No, perché, varando tra le lacrime la nuova legge, la responsabile del Welfare ha sbagliato i conti, dimenticando di prevedere come e con che soldi sistemare chi perde il lavoro perché invitato ad andarsene a casa e deve essere traghettato alla pensione. Forse il pianto le ha offuscato la vista, sta di fatto che da mesi si discute di una soluzione per le centinaia di migliaia di italiani che subiscono gli effetti collaterali della riforma Fornero. Fino a ieri il ministro sosteneva che il problema riguardava solo 65 mila persone e per quelle sarebbe stata trovata la copertura. Da lunedì però c'è la certezza che le cose non stanno così e che la signora delle pensioni ha nascosto la verità. La prova è stata fornita dall'Inps e dai suoi vertici in un rapporto riservato inviato proprio a Elsa Fornero. Le persone che corrono il rischio di rimanere nel limbo previdenziale sono quasi 400 mila e alla fine di maggio, cioè prima che il governo facesse un decreto per sistemare i 65 mila, l'Inps lo aveva comunicato al ministro.  Scoperto e svelato il pasticcio, la professoressa dei miei pensionati, invece di chiedere scusa e dileguarsi come farebbe una persona normale, soprattutto una che ha il senso dei propri errori, che fa? Se la prende con i vertici dell'ente previdenziale, rei di aver lasciato trapelare come stanno le cose. Sì, avete letto bene. Invece di dimettersi, per rispetto di chi è nei guai a causa sua e per rispetto dell'incarico che ricopre, la ministra vorrebbe far dimettere i vertici dell'Inps. Con inusitata arroganza, la signora del Welfare ha infatti sostenuto che nel settore privato i responsabili della fuga di notizie sarebbero stati mandati a casa. Capito? Non lei, che ha nascosto i numeri, ma gli altri se ne devono andare. Tralascio, mosso a compassione, tutte le giravolte sulla riforma del mercato del lavoro, che dopo mesi non ha ancora visto la luce, tra annunci e retromarce. Né voglio infierire portando ad esempio la spending review, formula ostica che dovrebbe tradursi in tagli alla spesa, ma che finora non ha prodotto un centesimo di risparmio.  Potrei continuare con le liberalizzazioni e le semplificazioni, ma non penso ci sia molto altro da aggiungere, se non che, dopo aver suonato le fanfare per i professori, ora molti cominciano a ricredersi. Primi fra tutti gli analisti delle case d'investimento internazionali, gli stessi che credevano bastasse un rettore per mettere in riga i conti pubblici. Purtroppo la realtà si fa strada e con essa anche il nomignolo affibbiato al premier: il professor Fallimonti.   di Maurizio Belpietro [email protected]

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