Paragone

Gli slogan anti-evasione di Monti e Passera coprono i loro errori

Nicoletta Orlandi Posti

di Gianluigi Paragone Inizio a sentire puzza di bruciato. Che l’evasione fiscale sia una delle più gravi scorrettezze nel rapporto tra Stato e cittadino è fuor di dubbio. Chi la pratica non è affatto un furbetto, ma è uno che si mette fuori dai binari della legalità. (Infatti chi evade per protesta politica sa di mettersi fuori dalla legalità.) Un anno fa, sulle colonne di Libero mi spingevo persino a dire che sono favorevole alla pubblicazione sui giornali delle dichiarazioni dei redditi come si faceva qualche decennio fa; lo considero un controllo sociale tra cittadini nel rispetto dei patti. In poche parole, se il vicino di casa vive in una villa con piscina e parcheggia la Porsche in garage ma non figura nella top ten delle dichiarazioni dei redditi, vuol dire che non ha denunciato tutti i suoi guadagni. Quindi mi sta fottendo. E gli auguro pene severissime ed esemplari (che mancano). Aggiungo, per completezza, che nessuno di questi strumenti repressivi avrà un senso fintanto che in Italia avremo una tassazione da record olimpico. Quindi, riepilogando: nessuna simpatia e connivenza con gli evasori. Spero di essere stato chiaro. Lo preciso perché ora devo far partire qualche raffica.  1) Contro Monti. Il quale fa bene a chiedere inflessibilità sul pagamento delle tasse. Ma non può continuare a fare il Savonarola quando dalle esenzioni dell’Imu alla fiscalità delle cooperative è in vigore un cerchiobottismo senza senso. Né può dimenticare che vi sono persone colpite dalla mannaia di Equitalia che non pagano il dovuto perché quello stesso Stato che chiede il rispetto delle regole si arroga il diritto di pagare le imprese che lavorano per lui quando gli garba. 2) Contro Passera. Il quale dovrebbe spiegare agli italiani il perché di certe operazioni fatte quando era a capo di una importante banca italiana, rispetto alle quali è aperta una inchiesta. E se il rispetto delle regole vale come principio universale, Monti e Passera ci dovrebbero spiegare perché il governo tentò di far passare una norma che sembrava - ripeto: sembrava e sicuramente non era così... - un condono a favore di Banca Intesa, di Unicredit, di Dolce&Gabbana e altri che avevano lo stesso problema. Sicuramente non era così, ma il capo dello Stato, per non creare equivoci, fece togliere quell’articolo nove dalla legge di delega fiscale. Ne vogliamo parlare, ministro Passera? La invito in tivù (finora ha sempre declinato). 3) Contro la Corte di Conti. E qui mi devo soffermare un po’ perché è stata proprio l’intervista al Corriere del presidente della Corte dei Conti a insospettirmi: sta’ a vedere che la lotta all’evasione sta diventando il jolly comunicativo di Monti per coprire il nulla che questo governo sta facendo per la crescita economica o la riduzione degli sprechi. Ieri al Corriere della Sera il presidente Giampaolino commentava: «Basta favorire l’evasione». Sacrosanto. «Gli onesti», proseguiva, «non stiano al gioco degli evasori. Favorire l’evasione significa pagare due volte il fornitore: per il bene o per il servizio ottenuto, ma anche per le prestazioni sociali gratuitamente assicurategli. Con l’aggravante che ne deriva in termini di maggiore pressione fiscale». Bene, bravo, bis. Ma... Ma siamo sicuri che spetti al presidente della Corte dei Conti fare il cane da guardia sul rispetto del patto fiscale? Sì, ognuno è giusto che dia il proprio contributo contro l’evasione, ma la Corte dei Conti - mi insegnarono a scuola - ha un altro compito non di minore tensione sociale: deve controllare la spesa pubblica. Sulla Costituzione sta scritto a chiare lettere, agli articoli 100 e 103, che la Corte dei Conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo e quello successivo sulla gestione del Bilancio dello Stato, inoltre essa partecipa al controllo sulla gestione finanziaria degli enti. E poi: la Corte ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica, come dire che essa giudica sulle responsabilità di chi ha la gestione del pubblico denaro.  In poche parole, deve assicurare che i soldi delle tasse siano ben spesi. E qui casca l’asino. Se l’evasione galoppa, la spreco del denaro pubblico viaggia come Usain Bolt. Pertanto di quello che pensa Giampaolino sull’evasione fiscale non me ne frega un tubo perché il suo assillo dev’essere come fermare lo spreco e come punire chi spreca. In Italia non pagano gli evasori ma non pagano nemmeno coloro che sciupano il nostro denaro.  Quattrini buttati - Il severo Giampaolino dovrebbe puntare l’indice contro la montagna di soldi girata ai partiti dalle istituzioni (oltre ai gruppi parlamentari, pure nei consigli regionali si fa festa); dovrebbe chiedere conto delle retribuzioni d’oro di certi funzionari di Stato o di certe cariche; dovrebbe incatenarsi davanti alla sede del governo siciliano per i soldi sprecati in nomine e assunzioni; dovrebbe strabuzzare le pupille per le buste paga del personale impiegato al parlamento o negli uffici ministeriali. Ma soprattutto, dopo gli accertamenti, dovrebbe obbligare gli spreconi di Stato a restituire quanto buttato dalla finestra. Perché se l’evasione va combattuta, lo spreco compiuto dalla politica non è meno immorale. Eppure non mi sembra che parlamento e governo siano in affanno onde eliminare lo spreco della Casta. Non vorrei che la (sacrosanta) lotta all’evasione sia la più raffinata foglia di fico per coprire le nudità della politica. Tecnica o professionale. Ps. Il presidente della Corte dei Conti ammonisce che indebolire il ruolo di Equitaila è un errore. Il presidente della Corte dei Conti non ha niente da dire, invece, sui molti incarichi ben retribuiti di Befera e di Mastrapasqua? A volte la forma è sostanza...