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Vittorio Feltri: "Mia figlia è farmacista, loro sono l'ultima ruota del carro. Cosa subisce ogni giorno"

Vittorio Feltri
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Mia figlia Adele Fiorenza dirige una grande farmacia a Milano ("Foglia") e mi ha raccontato cosa è successo e succede dietro e davanti al bancone. Mi sembra opportuno pubblicare il suo articolo anche se lei non è giornalista (ovviamente) perché dimostra che tra i vari professionisti impegnati a combattere il virus ci sono anche i camici bianchi che vendono medicinali a tutto spiano, rischiando il contagio e senza avere un minimo di considerazione per i loro sacrifici, non molto diversi da quelli sopportati da medici e infermieri.

I farmacisti insomma sono le ultime ruote del carro nonostante lavorino a contatto di una moltitudine di gente, non tutta sana. Il pericolo si annida tra la folla, e in farmacia, il primo presidio sanitario, bisogna entrare come al supermercato, un paio di persone per volta non di più. Si tratta di una misura di sicurezza blanda, ma di più non si può. Auguro a mia figlia e ai suoi valenti colleghi di farla franca. E mi complimento con loro per la missione che svolgono senza ottenere riconoscimento alcuno.

*** In questi giorni di follia i messaggi che ricevo su whatsapp si sono moltiplicati. Molti fanno dell'ironia, altri girano video di Conte, del Papa, e di necrologi. Poi c'è chi è solidale e ringrazia medici e infermieri. Quando torno a casa e li scorro velocemente non posso non notare che la mia categoria, quella dei farmacisti, non è mai ricordata.

Non voglio enfatizzare l'importanza del mio mestiere. Ma da quando il casino è esploso, io e i miei colleghi l'abbiamo vissuto, in tutte le sue fasi.
Da inizio gennaio, le mascherine, che avevano un mercato ridottissimo, hanno cominciato a essere sempre più richieste, prima solo dai cinesi, che facevano scorte da inviare ai familiari, e poi rapidamente da tutti gli altri. Ho visto clienti battibeccare sulla utilità di fare rifornimento di mascherine e gel mani.

Una grande confusione. I miei clienti mi chiedono rassicurazioni e spiegazioni, «Se metto la mascherina non mi ammalo? Mio marito è cardiopatico». «Ho mal di gola però per ora niente febbre. È il caso che prenda l'antibiotico? Il mio medico è introvabile». Sono in cerca di rassicurazioni, anzi certezze, che io non so dare. A metà febbraio abbiamo avuto giornate faticose, le persone cominciavano ad avere paura e hanno fatto incetta di ciò che avevamo, inclusi disinfettanti e integratori per le difese immunitarie.

Pian piano l'affluenza in farmacia è calata e con la rapidità con cui sono diminuiti gli ingressi, così sono aumentate le telefonate. «Sono arrivate le mascherine?». «Signora dovrebbero arrivare la settimana prossima». «Bravi, guardate a cosa ci avete portato, con i vostri dovrebbe». La signora Vanda, 81 anni, una mattina si presenta in farmacia, allunga un blocco di ricette, per lei e il marito, che ha problemi respiratori, e che quindi quel giorno non la accompagna. Poi mi fa cenno e tira fuori dalla sua borsa di tela un termos di caffè. «Vedo che tutti i bar sono chiusi, e so che dovete rimanere svegli».
Anche un signore, che non avevamo mai visto prima, ci porta dei grissini e una crostata all'albicocca confezionata, e quasi si scusa, perché non può garantire sulla qualità della torta. Pero ci può far comodo ora che tutti i negozi sono chiusi.

E non mi scorderò mai di quel giorno che ci è stata recapitata una scatola di cartone. Quando la apro, trovo 50 mascherine e un biglietto: «Queste sono per voi, che ne avete bisogno». Un signore, dalla finestra del mio ufficio, bussa sul vetro: non voglio entrare in farmacia, ma ce l'avrebbe per me una mascherina? Frugo nel cartone e gliene do una. «Grazie, poi vengo a regolare il conto». Gli sorrido e lo saluto con la mano. Ogni giorno sentiamo i nostri fornitori, alla ricerca di gel, mascherine, magari qualche scatola di Cebion. Oggi è stato un giorno fortunato. Domani mi consegnano termometri e mascherine. Lo annuncio ai colleghi che mi guardano e applaudono.

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