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Vittorio Feltri e il segreto di Libero ai tempi del coronavirus: "In redazione siamo in 4". Paure, imprecazioni e miracoli

Vittorio Feltri
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Non so quanto potrà interessare al lettore ciò che sto per scrivere. Infatti intendo raccontare cosa avviene a Libero da quando quasi tutti i redattori sono agli arresti domiciliari a causa del virus. Sono consapevole che le vicende interne di un giornale non appassionano, però in questo caso non si tratta di narrare la nostra routine lavorativa, banale come quella dei fruttivendoli, bensì di spiegare che anche qui la situazione è speciale, di più: è un casino infernale in cui siamo costretti a dibatterci per riuscire a confezionare un prodotto accettabile, nonostante la precarietà imposta dalla infezione.

Cominciamo dai numeri. Normalmente coloro che prestano opera in queste stanze sono una trentina. Oggi siamo in quattro giornalisti più una segretaria tuttofare. L'organico è stato decimato, per usare un eufemismo. Questione di necessità. La maggioranza del personale ci dà una mano da casa, dove in solitudine verga articoli commissionati dalla direzione, i quali poi vanno selezionati, titolati e impaginati secondo regole dettate dalla grafica. In oltre mezzo secolo di giornalismo non mi era mai capitato di fare un quotidiano con forze tanto scarse dal punto di vista numerico. Allorché la mattina noi quattro superstiti iniziamo a scartabellare per decidere la scaletta degli argomenti da pubblicare, ci guardiamo in faccia senza dirci cosa pensiamo in quanto a tutti passa per la testa la stessa preoccupazione. Questa: non ce la faremo. Stavolta non andiamo in edicola e sarà un disastro.

Ciascuno cerca di dissimulare il proprio smarrimento. Menomale che Pietro Senaldi, il responsabile, ha un'attitudine particolare: ride sempre, sganascia in qualsiasi circostanza. Se tu esclami: «Accidenti, piove!». Egli si sbellica con fragore. E poiché la riderella è contagiosa come il Corona, sghignazziamo in blocco senza motivo, come deficienti, quali probabilmente siamo. Intanto buttiamo giù a capocchia degli appunti che poi elaboriamo, esagero. Nel pomeriggio toccherà a tre poligrafici di provvedere al resto. Lo stanzone dove solitamente si ammassano i colleghi sembra un supermercato fallito, vuoto, una desolazione: sulle scrivanie i rimasugli di una attività remota, fogli sparsi, computer spenti e impolverati, gli avanzi di merendine, bottiglie di acqua minerale, foto di bambini, temperini totalmente inutili.

Finalmente le toilette sono linde, ovvio sono frequentate da un esiguo gruppo di sopravvissuti. I telefoni non squillano più con grande sollievo per timpani delicati. Gli altri eroi del piffero che mi affiancano non hanno un attimo di respiro, annegano nei menabò scarabocchiati col pennarello rosso: uno è Giuliano Zulin, un veneto di talento che parla raramente ma seguita a sacramentare con vigore pari al mio, un altro è Lorenzo Mottola, nipote del mitico e vecchio vicedirettore (il dominus) del Corriere della Sera, quello vero, il quale a differenza di Zulin non apre mai bocca tranne quando, scamiciato nello stile dei muratori, avverte di aver concluso la compilazione di una pagina. Infine Alberto Busacca, altro taciturno che sgobba quanto un facchino ma con la cura di un architetto.

Le invocazioni - Ogni tanto nell'androne echeggia un "porcone", qualcosa è andato storto, tuttavia non indago, anzi mi associo all'invocazione. Siamo una piccola colonia di gatti che si arrampicano sugli specchi dell'informazione con incosciente slancio al fine di dimostrare a chi legge che meno siamo meglio facciamo, o meglio proviamo, e sin qui è andata bene. Intanto, dal loro domicilio, i reclusi si sforzano con successo di fornirci materiale degno di essere presentato alla spettabile clientela.

Quando perviene il bollettino delle vendite, scopriamo con esultanza che pur essendo ridotti ai minimi termini guadagniamo copie, però non lo riferiamo a nessuno, timorosi che i risultati consiglino agli editori di continuare ad affidare l'Azienda a una combriccola di volonterosi, così, per risparmiare. Di solito nei nostri uffici non mancano sette o otto donne, bravissime per carità, ma, sebbene il loro apporto sia di notevole qualità, il fatto che siano sparite e rimangono soltanto gli uomini, dà l'impressione che Libero si sia trasformato in un distretto militare, quanto di maggiormente odioso. Verso le 18, dopo che il giornale ha preso forma, il quartetto della resistenza al virus, trova modo di ritagliarsi una pausa di ricreazione: scatta l'ora dell'aperitivo grazie alla generosità di un amministratore in quarantena, Stefano Cecchetti, il quale a titolo di consolazione ci ha fornito una partita di ottimo Pinot nero. L'addetto al cavatappi e alla mescita sono io, non avendo fatto altro di divertente nella esistenza. Riempiamo i calici e l'umore del plotoncino tende all'euforia.

Che dio ce la mandi buona - Scolato l'ultimo goccio di nettare tirolese, il più buono, ci dedichiamo al consuntivo della impresa, correggiamo testi e titoli, se abbiamo un pentimento rimediamo in qualche maniera, rileggiamo i pezzi delicati, ripariamo agli errori marchiani e, distrutti quali minatori, licenziamo il quotidiano al grido: «Che Dio ce la mandi buona». Il Padreterno talvolta ci soccorre, giacché l'indomani assistiamo al miracolo: il giornale è decente e viene acquistato. Evidentemente è gradito alla massa tranne che ai colleghi (parolona) dell'ordine professionale che hanno sempre qualche rimprovero da muoverci forse perché loro la pappa la mangiano mentre noi la cuciniamo con fatica e impegno.

Eppure non ci lamentiamo, anzi ci divertiamo. Finché c'è un lavoro coincidente con la passione che ci sostiene, esistono vita e speranza di non smettere mai di scrivere cazzate. Cari lettori, chiediamo perdono per gli strafalcioni eventuali e probabili e vi ringraziamo per il generoso apporto. Vi promettiamo che non cesseremo di darci dentro anche se la fatica minaccia di toglierci la lucidità. E in attesa di tempi più sereni dateci una mano, quantunque ne avremmo bisogno di due. Qualcuno ha accusato la stampa di incoerenza nonché di aver divulgato notizie contraddittorie. Ma non è, almeno questa, colpa nostra, considerato il caos creato dalle fonti. D'altronde descriviamo ciò che succede intorno a noi. Non siamo pessimisti, è la realtà, di cui siamo lo specchio, ad essere pessima.

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