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Coronavirus, "gli altri danno soldi, noi ammazziamo l'economia": Renato Farina, la differenza tra il resto d'Europa e Italia

Renato Farina
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Dietro il muro del mio giardinetto c' è un deposito di autotrasportatori. È Brianza, mica l' Olgiata o il Chiantishire.Padroncini consorziati credo. Il rombo dei loro camion è sempre stato una piacevole colonna sonora: si lavora. Sento un ripetuto ticchettare come di colpi di becco. Penso a un picchio. Invece dal tetto del capannone mi saluta uno di loro. «Sto ripulendo le grondaie dalle foglie delle sue robinie che intasano i pluviali». Non ce l' ha con me: «Siamo fermi. Abbiamo il permesso di circolare, con mascherine e tutto quanto. Ma le ditte sono chiuse. Niente lavoro, niente aiuti». Solo ciarpame burocratico. Si sporge troppo. «Stia attento che mi cade». Dice che forse sarebbe meglio cadere così che andare in malora. È disperato, non lo tira su il fatto di essere tutelato dal Coronavirus. Lo abbatte l' idea di crepare male dopo. Intanto il capo della Protezione civile, con la sua cantilena quietamente romanesca, ha detto che si riapre dopo il ponte del primo maggio. Forse. Ma già l' uccellino indiscreto prevede che accadrà dopo. Ma dopo vuol dire mai per molte aziende, negozi, attività di servizi. Per allora sarà finito il carburante. In Svizzera e Germania, previa una mail, prestiti di centinaia di migliaia di euro hanno rifocillato i conti.

 


Da noi è arrivato ciarpame burocratico, siamo sdraiati sotto gineprai telematici da incaprettamento. Mi dice che anche i colleghi che lavorano per supermercati, non ricevono denari, e faticano a trovare i soldi per il diesel. Urge rimettere in moto poco alla volta qualcosa. In Lombardia con estrema prudenza, perché il sistema sanitario più efficiente d' Europa è già sottoposto a un sovraccarico spaventoso e deve fare i conti con un governo che sembra puntare criminalmente a causargli un infarto devastante per metterci sopra il calcagno romano. Ma spingere in là, ancora più in là quanti morti causerà il crollo del Pil? Non sono barzellette, è la realtà. La Grecia ha misurato il crollo della propria economia con un' esplosione della mortalità infantile.


UN ORGANISMO
L' economia di un Paese è qualcosa dove tutto si tiene. Non è qualcosa a parte dalla vita dei cittadini singoli e della loro comunità. È come il sistema circolatorio di un organismo. In questo momento funziona a pieno regime il comparto alimentare e quello farmaceutico. A loro volta questi settori hanno bisogno di tutto il resto per andare avanti con questo ritmo. La plastica degli imballaggi, i ricambi dei furgoni, fino alle casse, alle biro, ai grembiuli. Alle elementari ce lo spiegavano con l' apologo di Menenio Agrippa. Non si può curare una malattia prescindendo dal corpo intero.


GLI SCIENZIATI
 Oggi l' intero corpo sociale è stato consegnato da una classe politica priva di statisti alle previsioni di virologi e agli infettivologi, scienziati eminenti, nel loro campo, i quali confessano di sapere pochissimo di questo virus, e in compenso si scannano tra loro, eppure gli abbiamo consegnato la chiave della nostra vita. Del resto anche l' Oms, Organizzazione mondiale della sanità, ha cambiato parere cinque o sei volte sulle politiche sanitarie da adottare, sottoposta com' è a pressioni degli Stati più potenti. Statisti non se ne vedono molti in giro. Di certo c' è un limite all' ignavia, all' uso degli esperti come scudo umano della propria incompetenza. Invece di affidarsi ai soli tecnici appena citati, converrebbe riunire una squadra multidisciplinare di eminenze nei vasti campi del sapere. Con matematici, economisti, esperti di rinascita dalle calamità. Chiunque abbia studiato un po' sociologia dei disastri sa che mai, proprio mai bisogna chiudere i luoghi simbolici da cui un popolo attinge senso. Churchill se avesse ascoltato i virologi e i medici non avrebbe mai messo in moto una guerra, tenuto aperti i cantieri. Ascoltati tutti, lette brevi relazioni, tocca alla politica il rischio della sintesi, accettando certi livelli di rischio, che sono inesorabili.


Su questa linea Matteo Renzi dovrebbe trovare alleati nel centrodestra. Il principio di precauzione è sacrosanto. Ma esso deve bilanciarsi con altri valori. Quando diventa l' unico criterio con cui governare la vita sociale si muore. Il grido di tanti piccoli ma stavolta anche grandi imprenditori, degli artigiani, di gente non garantita dallo stipendio sicuro dello Stato, è continuo, ostinato, serpeggia sotto le mascherine. Nessuno però se ne fa altoparlante, perché si passa per essere farabutti che scambierebbero il fatturato per la salute dei propri vecchi. Non è così. Io ho superato l' età per cui sono un soggetto esposto non solo al contagio ma ad una più alta letalità. Dato per assodato che il primo valore è la vita umana, non in generale, ma quella del singolo, siamo sicuri che strozzare l' economia senza contemporaneamente annaffiarla di immediati sostegni finanziari a pioggia, sia una buona medicina per salvarci da una carestia e dalla depredazione? Con un raccolto di morti futuro seminato oggi, e con uno sconquasso sociale irredimibile? Confindustria dice che, se si fosse riaperta la produzione a metà aprile, il 10 per cento delle aziende non ci riuscirebbe, andrebbe in liquidazione. La Stampa segnala con un prezioso articolo di Fabio Martini che i francesi stanno comprando per quattro soldi le nostre aziende insieme ai cinesi. Che si fa? Si va in catalessi sperando di risvegliarci vivi. Non funziona così, non siamo fachiri e neppure orsi. Meglio rischiare di cadere dal tetto, come il mio vicino padroncino, che non avere tetto.

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