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Vittorio Feltri, il coronavirus e la pagina dei necrologi: "I morti intorno a me e un pensiero fisso"

Vittorio Feltri
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 Immagino che i lettori, leggendo ogni giorno quante persone scompaiono dalla faccia della Terra a causa del virus, siano depressi e temano per sé e i propri congiunti di precipitare nel mucchio delle vittime. Davanti a una strage che appare inarrestabile è difficile rimanere indifferenti. Confesso: anche io ho paura come tutti, ma un po' meno, suppongo, poiché con la morte ho una consuetudine familiare. Avevo sei anni quando mio padre se ne volò nell'aldilà inaspettatamente. Ebbe una malattia strana, il morbo di Addison, che colpisce le ghiandole surrenali, alla quale in pochi mesi dovette soccombere. Un paio d'ore prima che esalasse l'ultimo respiro, fui introdotto nella sua stanza di ospedale. Giaceva stremato in un letto, le lenzuola lo coprivano fino al collo, spuntava soltanto il volto afflitto su cui spiccavano le occhiaie viola e la bocca semiaperta a caccia di ossigeno. Fu egli - mi svelarono - a volermi incontrare per l'estremo saluto. Tremavo, avevo capito, nonostante l'età, che sarebbe defunto. Mi disse: «Ricordati, se vuoi, di me, però ricordati soprattutto che riuscirai a diventare grande anche senza babbo, tu hai stoffa, non sprecarla». Poi chiuse gli occhi, forse assopito. Abbandonai la camera in punta di piedi, avvertivo la solennità del momento. Mentre mi avvicinavo all'uscita intravidi mia madre appoggiata con i gomiti al muro, la sua schiena sobbalzava, erano singhiozzi. Non osai sfiorarla. Non è gradevole crescere senza babbo, eppure si può resistere. Bisogna solamente abituarsi a solitudine e fatica. La mamma sgobbava tutto il dì per mantenere la famiglia, eravamo tre fratelli, io il più piccolo. Ho impresse nella memoria certe serate in cucina, illuminata da una lampadina che creava nient' altro che ombre. Ogni tanto mi appropinquavo alla finestra dai vetri appannati e guardavo in basso, nell'oscurità, nella speranza di scorgere la mamma intenta ad attraversare il cortile per raggiungere le scale e arrivare in casa. Era un'attesa estenuante, punteggiata di delusioni. Quando finalmente ella compariva e si accingeva a posare la suola sul primo gradino, le correvo incontro festante, il petto mi scoppiava dalla gioia. Macera si sedeva a tavola e interrogava noi figli sull'andamento scolastico. Io non avevo niente da raccontare, mi bastava starle accanto. Passano gli anni, mi trasformo in un giovanotto, lavoro e studio, ad un ritmo faticoso ma non insostenibile. Scrivo per l'Eco di Bergamo, giornale della mia città, e non mi mancano soddisfazioni. Poi conosco una ragazza, ci frequentiamo, rimane incinta e la sposo. Invece di un bambino, sforna due femminucce. Allorché i medici me lo comunicano perdo i sensi. Penso che allevare due gemelle sia superiore alle mie forze. Tuttavia il peggio deve ancora venire. E viene presto. Mia moglie trapassa. Resto lì come un pirla con due fagottini. Mi adatto e mi risposo con una santa donna che mi ha salvato e che ancora mi salva. Poi va all'altro mondo il marito di mia sorella, così, tanto per gradire. Quindi scompare la mia mamma, altra botta. Insomma intorno a me si infittisce il cimitero. Sono costretto ad abituarmi ai decessi, ciascuno dei quali impoverisce il mio piccolo universo affettivo e mi induce alla rassegnazione. Che è il peggiore dei sentimenti umani. Tutti sappiamo che la vita ha un termine, però quando si conclude intorno a te il tuo animo si strazia. La mattina, appena ti svegli, non rifletti su come sarà la tua giornata, bensì sul vuoto che hanno creato nella tua esistenza coloro che se ne sono andati via. La sera, quando ti corichi, ti senti immeritatamente un sopravvissuto. E mormori a te stesso: «Adesso tocca a me». Valuti: «Poco male, l'importante è non soffrire». Invece soffri già e ogni dolorino che avverti nel corpo sospetti che sia un segnale. Infine la mente ti restituisce le immagini ormai sbiadite delle persone che amavi e concludi: «Se crepo pure io forse è giusto». Intanto tengo duro e quando sull'Eco di Bergamo scorro i necrologi delle centinaia di trapassati, gente delle mie parti, i miei lutti si estendono all'infinito avvicinandomi non solo ai miei estinti ma a tutti. L'unica certezza: presto o tardi tireremo le cuoia, io e voi.

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