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Renato Farina e la figuraccia della magistratura: "Si è strappata la gonna e ha mostrato le gambe pelose"

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Renato Farina
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Magistratopoli? Non esageriamo. La parola oltretutto fa schifo, ci ha stufato. Però, senza bisogno di esibire la citazione completa di Emilio Fede, viene proprio naturale constatarlo: che figura di... Nonostante tutto però nessuno incide la corazza della sua onnipotenza. Se mai dovesse verificarsi nell'ordine giudiziario un ribaltamento come quello che ha fatto passare la politica dalla Prima alla Seconda Repubblica, anche lì l'autore sarà lo stesso: le toghe, stavolta però nei panni dei sicari di sé stesse. Cominciamo dalla cronaca di ieri per constatare che la magistratura - intendiamo quella militante e caporiona - ha lasciato al suo posto il povero fantaccino, il guardasigilli Alfonso Bonafede. Costui aveva due mozioni contro, ma l'arci-mozione, la super-mozione invisibile ma pesante come le tavole del Sinai l'aveva piazzata da giorni l'unico potere vero e sovra politico che ci sia da noi. Cioè quella specie di Gigante di Rodi che nella variante italica indossa la toga. Ecco, qui il discorso si fa interessante. Il complemento di luogo è la novità. Finora è stato insieme banale e inutile denunciare che il piedone del gigante in toga sia uso calpestare campi che la Costituzione gli precluderebbe. Dirlo è ormai un vezzo, che non scalfisce il tran tran. Invece è sempre stato vietato alludere anche con delicatezza alla cancrena inesorabile del potere che corrompe l'umana specie e dunque anche l'etnia tribunalizia. Ancora un paio di mesi fa, se accennavi anche solo a questa possibilità di malattia organica dell'ordine giudiziario, qualcosa di non bello ti capitava, e non solo nel senso di un'opinione avversa. Come dice Travaglio contro chi dissente dal pensiero forcaiolo: paura eh? Paura sì.

GIGANTE DI RODI
Ma c'è un fatto nuovo, la magistratura infilando il Trojan nelle cavità di uno dei suoi più eminenti capoccia, si è strappata la gonna, e ha mostrato gambe pelose. E qui diventa utile ricordare la storia del Gigante di Rodi: aveva i piedi di argilla. E chi ha in mano il martello che ha già spiaccicato la classe politica, e che si chiama intercettazioni a strascico, è il Gigante che se lo sta dando sui piedi. Per ora l'arto estremo si è solo scheggiato. Ma qualche altro colpo suicida, e magari parte un'altra epoca della giustizia in Italia. In questi mesi, settimane, giorni con un crescendo in cui più che Rossini c'entrano le osterie, le intercettazioni che le toghe si sono fatte tra loro, hanno svelato un mondo che la plebe assocerebbe alla parola bordello. In chi ci ha messo il naso hanno suscitato lo stesso stupore che le lascivie della Monaca di Monza provocarono tra le orsoline. Nessun crimine, nel nostro caso, a occhio e croce. Ma gli sbudellamenti tipici delle guerre intestine. Del resto sono accadimenti caratteristici di ogni tribù e di qualsiasi clero. Nel caso specifico, si è capito come non sia tanto strano se alcune denunce finiscono nei cassetti e altre in bella vista per il comodo dello sputtanamento a mezzo stampa. Cosa non si fa per la carriera mia e dell'amico.

 

 

ROTTO L'INCANTESIMO
Queste costumanze da casba algerina sono state discretamente tenute a volume bassissimo. Non sono faccende che ispirano fiducia nel popolo. Il quale beveva come oro colato l'idea della immacolata imparzialità dei magistrati anche nella selezione dei migliori. Ieri noi abbiamo rotto l'incantesimo. Il re ha lo stomaco con un pelo lungo un palmo. E nessuno lo può più negare. Il fatto è che una volta gli scotennamenti e gli smutandamenti di pm del Sud contro quelli del Nord, di giudici della corrente di sinistra contro i compari della fazione di destra, erano coperti da una omertà fenomenale. Chi aveva provato a ribellarsi all'andazzo e a svelare gli intrighi della casta ermellinata per occupare i posti più ambiti, era stato subito liquidato e incriminato con ipotesi di reato fantasiose (ad esempio il pm Francesco Misiani, che provò negli anni 90, ad alzare il velo sulle "toghe rosse" essendo una di loro). Lo spettacolino imbastito ieri al Senato, con la pantomima dei giorni precedenti, voleva trasferire la biancheria sporca e piuttosto insanguinata della guerra tra toghe nel solito stanzino della politica, riducendola a una zuffa tra partiti. Calcolo sbagliato. Noi non ci caschiamo. Ehi, oggi l'unica vera guerra in corso è nei viluppi intestinali della Gigantessa (correggiamo qui il genere al femminile per rispetto della magistratura). Non è solo questione delle indagini e degli arresti che Filippo Facci ha raccontato ieri riguardanti i vertici di due Procure della Repubblica pugliesi. Quello è il bubbone-reato.

IL NUOVO GIOCHINO
Ma il vero gran teatro è la vita quotidiana dei magistrati, quelli che contano e dirigono la carriera dei colleghi, offerta come oggetto dello stesso voyeurismo finora indotto nei confronti dei politici. Non è un bel vedere, e ne vedremo ancora. Ma nella magistratura questo scoperchiarsi di vasi infetti non ha prodotto alcun moto di autoriforma. Da quando Bonafede ha dotato i pm del nuovo meraviglioso giocattolo, il Trojan, che registra qualunque sospiro anche del passante che ti chiede l'accendino, non si tengono più. È bastato il Trojan infilato nell'intimità di un solo pm di grossa tonnellaggio per aprire una gigantesca scatola di tonno Palamara. Un editorialista bravo qui citerebbe la ybris da Eschilo a Euripide, a noi pare più consono alla statura dei personaggi quali risultano dalle intercettazioni citare un rozzo proverbio popolare: chi causa del suo mal pianga sé stesso. Il problema è che i magistrati non hanno nessuna intenzione di piangere su sé stessi, ma nonostante tutto di far piangere ancora noi, con una giustizia che in nessun modo intende rinunciare alle sue prerogative di lentezza e di galera preventiva. E così i magistrati, grazie alla manina dei giallo-rossi hanno salvato il loro ministro pupillo, pur avendogli fatto prendere un pedagogico spavento. In fondo va bene a tutti l'Alfonso, somiglia tanto allo Spumarino Pallido dei racconti di Guareschi.

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