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Giuseppe Conte, le promesse all'insediamento di due anni fa? Svanite: tasse, lavoro e giustizia

Fausto Carioti
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Diceva Benito Mussolini che «ogni rivoluzionario a un certo momento diventa conservatore». Non è il caso di Giuseppe Conte, che rivoluzionario non è mai stato. Nei due anni esatti trascorsi a palazzo Chigi, l'uomo che doveva rivoltare l'Italia come un calzino ha cambiato solo il proprio vocabolario. Non le idee, che a differenza della poltrona mai sono state sue. Vantaggi di essere un contenitore vuoto, buono per tutte le alleanze e le occasioni. Gli altri e le circostanze ci mettono l'ideologia utile al momento, lui la metabolizza e la infiocchetta. C'è posto per tutto, lì dentro: l'euroscetticismo e la genuflessione ad Angela Merkel, i diritti civili e la forca, il blocco ai barconi e la sanatoria per i clandestini, l'autonomia delle Regioni e la statalizzazione della sanità, la fedeltà a Donald Trump e il bacio alla pantofola di Xi Jinping. Non è solo questione di alleanze - la Lega prima, il Pd e Leu poi - e nemmeno di Covid. Sin dall'inizio Conte è stato l'uomo che galleggia nello status quo, il sacerdote doroteo del quieta non movere et mota quietare: non smuovere le cose tranquille, calmare quelle agitate. Il suo gioco divenne evidente un giorno di febbraio del 2019, in piena epoca gialloverde, allorquando, dopo mille traccheggiamenti, interrogato dai senatori, Conte avvisò che sarebbero stati necessari ancora «mesi» per l'autonomia del Veneto e delle altre regioni del Nord. Luca Zaia gli rispose che era «una sconfitta per tutti» e Matteo Salvini capì di aver riposto le speranze nell'uomo sbagliato.

 

 

 

A ventiquattro mesi di distanza da quel 5 giugno del 2018, quando Conte presentò in Senato se stesso e il suo governo, il gioco delle parole aiuta a capire: gli slogan di allora sono diventati i tabù di oggi. A partire dal più importante: il governo del «cambiamento». Da quanto il presidente del consiglio non pronuncia più quel vocabolo? Eppure allora era l'imperativo categorico, a sentir lui il cambiamento sarebbe sbocciato ovunque. Chiedendo la fiducia in parlamento, promise che lui e il suo esecutivo avrebbero compiuto «una netta cesura con le prassi istituzionali che sin qui hanno accompagnato la storia repubblicana, quasi un attentato alle convenzioni non scritte che hanno caratterizzato l'ordinario percorso istituzionale del nostro Paese». Rivoluzionario, al punto da scimmiottare nei toni il manifesto futurista di Filippo Tommaso Marinetti. «Rispetto a prassi che prevedevano valutazioni scambiate nel chiuso di conciliaboli tra leader politici, perlopiù incentrate sulla ripartizione di ruoli personali e ben poco sui contenuti del programma», proclamava Conte al mondo, «noi inauguriamo una stagione nuova». Lo spirito del tempo era con lui: «Presentarsi oggi nel segno del cambiamento non è un'espressione retorica o propagandistica, ma una scelta fondata sulla necessità di aprirsi al vento nuovo che soffia da tempo nel Paese». È durato lo stretto necessario per prendersi gli applausi e la fiducia. Subito dopo sono tornati i «conciliaboli» e le spartizioni col manuale Cencelli, ad ogni livello: dalle poltrone delle partecipate di Stato in giù. Dal dizionario di Conte sono scomparsi il «popolo», del quale si era nominato «avvocato», e il «populismo», che nobilitò citando Dostoevskij: «È l'attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente», disse. Arrivò a promettere che avrebbe usato «nuovi strumenti di democrazia diretta», proprio per dare voce a quella «gente» che tutti gli altri prima di lui avevano ignorato. Il tempo di partecipare al primo vertice internazionale e il popolo è stato rimosso dall'altare, sostituito dall'Europa e dalla Merkel. E si è visto (ma c'erano dubbi?) che la democrazia diretta era solo la collana di perline colorate da mostrare alla tribù dei gonzi a Cinque Stelle. In nessuna occasione il Conte 1 e il Conte 2 hanno chiesto permesso agli italiani, e quando alle Europee gli elettori hanno finalmente potuto parlare, ribaltando i rapporti di forza tra la Lega e il M5S, l'unica preoccupazione del premier è stata fare finta di nulla, tirare avanti come prima. Il ribaltamento del principio democratico si è fatto completo quando l'esercizio della libertà di riunione e di altri diritti elementari è stato ripristinato dal capo del governo come una sua gentile concessione, dopo che il parlamento era stato tolto d'impiccio. Assieme agli ardori rivoluzionari sono evaporati tutti i punti migliori di quel programma. «Vogliamo essere pragmatici. Se una norma, un ente o un istituto non funziona è giusto abolirlo, se funziona è giusto potenziarlo, se manca è giusto crearlo», declamò Conte quel giorno. Ovviamente nulla è stato abolito: norme, enti ed istituti sono solo aumentati, aggiungendo nuovi strati di confusione e spreco a quelli esistenti. Il «controllo» era l'altro mantra. «I provvedimenti che adotteremo hanno degli obiettivi che devono essere raggiunti: saremo i primi a monitorare con severità e rigore la loro efficacia, intervenendo immediatamente con le necessarie correzioni». Come è andata, si sa. Ha fallito il reddito di cittadinanza (nessun nuovo posto di lavoro), ha fallito lo "sblocca cantieri", che un anno fa avrebbe dovuto rilanciare le opere pubbliche e private, e ha fallito il "decreto crescita", solo per elencare i provvedimenti su cui Conte aveva creato più aspettative. E dinanzi a questo sfascio non ci sono stati controlli e tantomeno ammissioni e correzioni: solo l'ostinazione a negare l'evidenza e perseverare nell'errore. Due cose sono andate in porto, di quel programma illustrato due anni fa. Le peggiori: il reddito di cittadinanza e la riforma della prescrizione, ambedue pretese dai Cinque Stelle. Smentendo così la leggenda metropolitana secondo cui a dettare la linea a Conte sarebbero stati prima la Lega e poi il Pd. Zavorrata dalla pavidità di Alfonso Bonafede non è mai decollata la riforma della giustizia. Eppure Conte l'aveva messa in cima alla lista: «La semplificazione e la riduzione dei processi, l'abbassamento dei costi di accesso alla giustizia, il rafforzamento delle garanzie di tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini...». Stava assieme alla riforma fiscale, altro fiore all'occhiello del cambiamento che non c'è stato: «Ci ripromettiamo di introdurre misure rivoluzionarie che conducano a una integrale revisione del sistema impositivo dei redditi delle persone fisiche e delle imprese. La nostra pressione fiscale, unita a un eccesso di burocrazia, incide infatti negativamente sulla qualità del rapporto tributario tra lo Stato e i contribuenti». Diagnosi ineccepibile, alla quale però non è seguita alcuna terapia. Ogni speranza di tassa piatta è morta col governo gialloverde e a presidiare il vecchio impianto fiscale hanno provveduto quelli del Pd, gli stessi che l'avevano costruito. Lettera morta pure l'impegno a «ridare slancio agli appalti pubblici, garantendo sviluppo sostenibile e aumento dell'occupazione», come le altre buone intenzioni. Finché tutto, alla fine, è stato coperto dal rumore di fondo dell'epidemia, l'alibi perfetto per ogni errore commesso, bugia propalata e impegno tradito.

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