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Pietro Senaldi contro Giuseppe Conte: "Lui prende tempo, l'Italia non prende un euro"

Pietro Senaldi
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 Il fatto che gli Stati Generali servissero al premier solo a prendere tempo e a fare un po' di autopromozione era una tacita premessa condivisa da tutti. Tra martedì e ieri, Conte l'ha ufficializzata. Prima ha detto che il piano per far ripartire l'Italia sarà varato a settembre, poi ha spiegato che il Consiglio europeo in programma per domani sarà un mero incontro interlocutorio; quindi, tutti i fantastiliardi che dovrebbero pioverci sulla testa dall'Europa sono di là da venire. Anziché disperarsi, il presidente del Consiglio mostra la faccia tranquilla. I nostri diciottenni hanno iniziato la Maturità, nel fine settimana ripartirà il campionato di calcio, possiamo andarcene tutti in vacanza e rinviare la soluzione dei problemi all'autunno; questa è la linea di Palazzo Chigi. Per evitare un altro bagno di fischi, dopo quello inaspettato della settimana scorsa, il professor Giuseppe ha assicurato che nessuno perderà il lavoro e ha promesso di prorogare a tempo indefinito la cassa integrazione. Ipoteca il futuro delle imprese e quello del Paese nell'intento di rimanere a galla. Promette mille e paga dieci. Gli ordini per l'industria ad aprile sono calati del 47% sull'anno e del 30% sul mese precedente.

 

 

 

Dei dodici provvedimenti attuativi del decreto liquidità non ne è stato varato uno mentre dei 103 del decreto rilancio ne sono stati emanati solo nove. Meglio va al cura Italia, che ha una percentuale realizzativa del 40%. Un disastro che però non scompiglia il ciuffo del presidente del Consiglio. Ieri Conte ha preso due sberloni. Il primo dall'amata Europa, che si sta rilevando meno generosa di quanto ci era stato raccontato. Il super piano anti-Covid predisposto dalla Commissione Ue si appresta a scendere dai 750 miliardi promessi a 500, per colpa dei Paesi che non vogliono regalare quattrini all'Italia; quindi la nostra fetta si ridurrà alquanto. Il punto è che, al di là dei sorrisetti teutonici che la signora von der Leyen spedisce al professore di Volturara Appula tramite teleconferenza, l'Unione è lacerata e diffidente. L'Unione non ci ha ancora scucito un euro e già si è pentita di averlo anche solo pensato. Il secondo schiaffo glielo ha assestato il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che è andato a Villa Pamphili per dire che il governo ha fregato alle imprese le accise sull'energia, non paga i debiti, prende in giro i lavoratori e non ha un piano economico per il Paese. Ma queste sono le buone notizie. Quella cattiva è che ormai, più che il premier, Conte è costretto a fare il giostraio: mette su un disco rotto che riproduce la sua voce e fa ballare il Paese intorno a promesse dalle gambe corte e raggelanti rassicurazioni. Soldi in cassa non ne ha, però virtualmente è molto ricco, sempre che la Ue non dia un altro taglio agli aiuti promessi. Dopo l'estate il governo farà ingoiare i famosi 36 miliardi del Mes ai grillini, che pur di non andare a casa direbbero anche che il Venezuela non è il paradiso terrestre. Poi ci sono i 20 miliardi della Sure, la cassa integrazione europea. Nessuno li ha ancora visti ma i ben informati assicurano che esisteranno. Per non parlare dei 25 miliardi del Fondo Europeo di Investimenti, che concede prestiti alle piccole e medie imprese grazie ai soldi delle Commissione Ue e delle banche internazionali. Tutto denaro che non c'è ancora ma che, se ci fosse, Conte e la sua maggioranza non saprebbero come spendere.

Paralisi giallorossa -  La paralisi del governo non è dovuta solo alla mancanza di liquidità. A pesare ancora di più è la totale assenza di una linea di politica economica orientata allo sviluppo e alla creazione di ricchezza. Conte di fronte alla crisi non sa che fare e non ha nessuno a cui appoggiarsi. I grillini hanno come ragione sociale la creazione di un'economia sussidiata, dove il cittadino passi dal bonus famiglia al reddito di cittadinanza, alla cassa integrazione e quindi alla pensione senza mai aver prodotto valore aggiunto. Il Pd è annichilito e nell'attuale classe dirigente ormai privo di cultura economica. Conte insiste nello scaricare le colpe della propria inconcludenza sull'opposizione, che a suo dire si rifiuta di instaurare un dialogo nell'interesse della nazione. In realtà, chiunque ha proposto idee al premier, da Salvini alla Meloni, ma anche da Berlusconi a Colao, fino al governatore di Bankitalia Visco, a Confindustria, ai commercianti, agli artigiani, si è ritrovato con un pugno di mosche in mano. Prima della pandemia si diceva che quello giallorosso è il governo delle quattro sinistre. Dalla fine della chiusura totale ne abbiamo avuto la riprova: Conte promise agli italiani una pioggia di 400 miliardi. Ne sono arrivati circa 25, e sono quasi tutti garanzie su debiti che le imprese devono contrarre per sopravvivere. Le grandi opere pubbliche per rilanciare l'economia, ricetta keynesiana di impronta progressista, si sono ridotte al bonus monopattini e biciclette e alla promessa di valutare la costruzione del Ponte sullo Stretto. Però sono stati previsti altri tre miliardi per non far precipitare Alitalia. La crisi ci ha colti che eravamo da vent' anni fanalino di coda quanto a crescita economica e con il terzo debito pubblico al mondo. In capo a un anno esso salirà dal 130 al 160%, una voragine creata a colpi di paghette a chi sta a casa e sostegni a colossi industriali decotti. Conte parla di digitalizzazione, tecnologia 5G, industria 5.0 ma si fa dettare la linea economica dalla Cgil e gestisce l'Italia come se fossimo rimasti agli anni Settanta. Intanto che prende tempo per rimanere in sella, il premier sta perdendo il tempo di tutti gli italiani e del Paese. 

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