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Renato Farina e i suoi auguri a Libero: "Il segreto del prosciuttino, così il cavallino ha travolto le iene"

Renato Farina
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Furono giri meravigliosi. Da non credere. Alla notizia che Vittorio Feltri avrebbe fatto un giornale, proprio a sua immagine e somiglianza, si creò un fenomeno somigliante a quello di un sasso, anzi di un masso in uno stagno. Un pluff, il grosso sasso viene inghiottito dalle acque profonde del lago, va giù, e per un istante non accade nulla, come una stupefazione. Poi ecco i cerchi concentrici susseguirsi, prima frenetici e spumeggianti, e poi calmi, sereni. Si andava da ogni parte a presentarlo. Talvolta - come al circolo della stampa - mi capitò di affiancarlo nella presentazione. Talaltra toccò a me sostituire, con ovvia delusione del pubblico, il fondatore. Ma poi non se ne andava nessuno: avrebbero voluto avere subito tra le mani il prodotto. Che cosa diceva Feltri al pubblico e che del resto ripeteva a quel primo nucleo di matti intorno a lui? Non c'era nessun discorso preparato. Non esponeva un piano, una strategia. Il progetto? Non era un progetto. Coincideva con la persona fisica di chi andava a dar notizia dell'approdo in edicola di Libero, cioè con quest' uomo. Era Feltri questa notizia.

 

 

TESTA E TESTATA
Coincidenza tra testa e testata, identità tra il cavallino con le ali e fantino suo amante. Egli era semplicemente Feltri. Andavamo dove era invitato, e la prima certezza è che poi si sarebbe andati a mangiare (poco lui, molto io) e a bere (idem). Quello che aveva detto lui d'emblée, e le sue risposte alle domande della sua gente (era la sua gente, diventava immediatamente la "sua" gente) sulla politica del giorno, i commenti sui fatti da cronaca nera accaduti in quelle ore, la sbrodolata televisiva di un Santoro, gli facevano scrivere il giornale parlando. Che peccato bisognasse aspettare ancora la sua uscita cartacea. Qualche idea però la comunicò dinanzi a curiosità legittime. Come saranno le pagine di cultura? Rispose: «Più Leonardo che Dante». Lo sport? «Lo sport è epica. Nel calcio interessa di più il mercato dei calciatori che la cronaca delle partite che abbiamo già visto tutti». Ricordo che di mio dicevo questo: siamo un negozio con pochi garzoni, sugli scaffali ci saranno tutti i prodotti, non saremo però un supermercato. Ma solo da noi si può portare via quel prosciuttino raro, qui si degusta il prosciuttino Feltri. Ci sarà anche chi lo comprerà per la soddisfazione di sputarlo disgustato, ma non è imitabile, e lo ricomprerà. La cosa per me fantastica è che in quegli incontri mi caddero le paure e i dubbi: questo giornale non si schianterà a terra come un aquilone appesantito dalla presunzione, volerà invece tale e quale quel cavallino profetico. C'è troppa gente che aspetta questo bambino non ancora nato. Ci furono tanti che cercarono di farlo abortire. Tradimenti di tanti tipi. Ma anche amicizie perdute e ritrovate. Ci furono tentativi di soffocarlo in culla. I colleghi giornalisti erano convinti non ci fosse spazio. In realtà desideravano che Feltri prendesse una musata. Non vedevano l'ora di compiangerlo. Aveva dimostrato di saper camminare sulle acque, ma stavolta erano infestate di coccodrilli. Le prime cifre della diffusione dimostrarono che c'era attesa. Passavano settimane e si reggeva. Un giorno Feltri osservò che Libero aveva preso una direzione e una fisionomia che non aveva previsto. Il cavallino era libero sul serio. Lo aveva pensato dentro di sé in un certo modo, lieve, elegante, ed invece saltando gli ostacoli della vita (le questioni finanziarie, gli attacchi dell'Ordine dei giornalisti che cominciarono subito provando a radiare Feltri per una tostissima inchiesta sulla pedofilia e i pedofili a piede libero) aveva acquistato robustezza di passo, volava sì, ma era anche bravo a scalciare e a travolgere qualche iena appostata per l'imboscata.

SIAMO ALL'INIZIO
Ci sono servite, nei momenti in cui eravamo trattati come appestati, le carezze di Francesco Cossiga. Il quale mi diceva spesso: «Mi vuole bene, vero, Feltri?». Quanti sono vent' anni! Si dice che la verità di un incontro, il senso di un'avventura è all'inizio. La psicologia ha appurato che sono i primi due anni di vita a determinare la personalità. C'è la poesia che non ho mai capito ma che tutti citano: «Avevo vent' anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita» (Paul Nizan, Aden Arabie 1931). Preferisco ricordare un episodio di tanti anni fa, ero un bambino, nella piazza del mio paese in Brianza, la corsa della fanfara dei bersaglieri. Si sedettero al sole. Ai ragazzi sudati la Carolina, dal candido chignon, porse, dopo averli estratti dalla sporta, magnifici panini con il salame e i fichi, e sfilatini con la pancetta e i sottaceti. Guardava con le lacrime quei soldatini divorare gagliardi quel ben di Dio. Forse pensava a suo figlio disperso in Russia. E disse in dialetto: «Vint' ann, che famm». Vent' anni, che fame. Noi qui ce l'abbiamo. E offriamo sempre quel prosciuttino unico.

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