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Coronavirus, Vittorio Feltri: "Le ore passate a cercare i nomi dei morti", una lettera a Bergamo

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Con rispetto parlando, sono bergamasco. E ho sofferto le pene dell'inferno allorché la mia città è stata divorata dal Covid-19: migliaia di morti soffocati, cataste di bare portate chissà dove da autocarri dell'esercito, poiché il cimitero del posto, uno splendido monumento, era completamente esaurito e non ci stava più nemmeno una salma. Leggevo il quotidiano locale, L'Eco di Bergamo, e trasalivo a ogni pagina sfogliata. Il numero delle necrologie superava di gran lunga quello delle notizie correnti. Io sono nato e cresciuto dentro le mura veneziane, lì ho studiato e mi sono formato, praticamente mi conoscono tutti. Constatare che tanti amici di infanzia e di adolescenza andavano all'altro mondo mi ha distrutto nell'animo orobico.

 

Anche la famiglia di mia moglie (da 52 anni) è stata falcidiata dal virus, contare i defunti tra i parenti non è un esercizio esaltante. Insomma ho vissuto tre mesi ed oltre di depressione cosmica. Pareva che la strage non finisse mai. Ogni giorno telefonavo a mio fratello Ariel e lo interrogavo sull'andamento della epidemia; i dati che mi forniva erano i peggiori d'Italia, come quelli di Brescia che amo visto che in un passato remoto mi ha fornito fidanzate meravigliose e generose. Trascorrevo metà del mio tempo lavorativo alla ricerca dei nomi delle persone che erano trapassate. Un incubo. Quanta gente non c'è più, e quanto dolore ho provato e provo. Temevo che l'ecatombe proseguisse chissà fino a quando. E invece i miei concittadini oggi hanno gli ospedali vuoti. Il Corona è stato sconfitto, i medici di casa nostra sono stati bravi come l'Atalanta. Hanno combattuto e vinto la battaglia.

 

Che sollievo, amici lettori! Pur risiedendo a Milano apprendo ogni dì che Bergamo e Brescia, abitate da fratelli coltelli che in fondo, e pure in cima, si stimano, stanno risorgendo in fretta. Sarà perché hanno la vocazione di lavoratori indefessi, i miei conterranei non hanno ceduto alla disperazione. Si sono rimboccati le maniche e hanno ricominciato a risalire alla grande. I due centri urbani sono rifioriti, sempre più belli e puliti, invitano a darsi da fare.

Da queste parti fervono le solite attività, i fatturati crescono e rientrano nella normalità ante virus. I negozi hanno riaperto, prima timidamente e prudentemente, ora con disinvoltura. Purtroppo i bar e i ristoranti tardano a decollare, in quanto il popolo nutre ancora molti timori a socializzare, tuttavia è solo questione di tempo: tra un po' le vecchie abitudini ludiche si affermeranno di nuovo. La paura di ammalarsi svanirà, e Bergamo e Brescia, che si sono finalmente abbracciate per divenire capitali della cultura, saranno più vispe che mai. Abbiamo tutti bisogno di qualche iniezione di ottimismo. Smettiamo di vedere nero l'orizzonte. Facciamo una passeggiata sugli spalti più belli del mondo: se il cielo è limpido, come accade spesso, si parerà davanti ai nostri occhi il Monte Rosa, così vicino che ci parrà di toccarlo con mano.

Cara Bergamo, mi hai allevato, mi hai donato il tuo affetto e io ti sono grato, sono tuo figlio. Se stai male, sto male con te. Se stai bene, sono felice. Verrò presto ad abbracciarti, a visitare i tuoi vicoli medievali, ad ammirare le tue architetture sobrie, forse entrerò nella basilica di Santa Maria Maggiore, un priore della quale, monsignor Meli, mi ha insegnato il poco che so, adoperando parimenti il bergamasco e il latino.

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