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Giuseppe Conte, Pietro Senaldi sui verbali Cts: due ragioni per le quali deve essere indagato

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A noi di Libero non piace giudicare la politica con il codice penale in mano. Anzi, siamo contrari a farlo. Partiamo dall'ingenuo presupposto che quando qualcuno si trova nella stanza dei bottoni, operi nell'interesse degli italiani prima che nel proprio. E questo indipendentemente dal fatto che sia di sinistra, di destra, leghista o grillino. Infatti diamo ai Cinquestelle degli incompetenti e rimproveriamo ai progressisti di essere imbevuti di ideologia e ai postcomunisti di non capire nulla di economia, ma non vorremmo mai metterli alla sbarra perché non ci piace come governano.

Sogniamo che si levino di torno, però ci fa orrore l'idea che questo possa avvenire per mano giudiziaria, come è accaduto a Berlusconi e come ora giallorossi e procure cercano di fare con Salvini. Stesso discorso vale per Conte. Pensiamo che essere arrivato al potere dall'oggi al domani, senza gavetta né preparazione, gli abbia dato un po' alla testa e che, non avendo mai avuto un progetto politico prima di entrare a Palazzo Chigi, continui a sbattere la capoccia da un alleato all'altro, senza riuscire ad arrivare a una sintesi decente. Però non vorremmo processarlo, e magari condannarlo al carcere, per inadeguatezza. Ci basterebbe che si sottoponesse al verdetto degli elettori.

 

RESISTENZA OSTINATA
Tuttavia noi di Libero non abbiamo il pallino in mano ed è un fatto che in Italia i processi politici veri ormai si fanno nelle aule giudiziarie. È ingiusto, ma deve almeno valere per tutti. Se Salvini viene processato per sequestro di persona per aver combattuto gli arrivi dei clandestini, allora sarebbe equo indagare anche Conte. Ma non solo perché il presidente del Consiglio è corresponsabile delle decisioni dei suoi ministri, specie se le ha avallate, come appunto nel caso del divieto di sbarco imposto dal Viminale e approvato dal Parlamento, che si oppose nel caso Diciotti al processo al leader leghista, legittimandone l'azione nelle successive vicende Gregoretti e Open Arms.

Conte andrebbe processato anche per la gestione dissennata della pandemia nei primi giorni del marzo scorso ad Alzano Lombardo e Nembro. Dopo settimane di insistenza da parte dell'opinione pubblica il governo ha acconsentito a rendere noti i verbali del Comitato Scientifico; e subito si è capita la ragione di tanta ostinata resistenza. Quei documenti sono un atto d'accusa direttamente alla persona del premier, unico responsabile della mancata zona rossa nei due paesi bergamaschi, e confermano la versione dei fatti della Regione Lombardia, sulla quale Palazzo Chigi tenta di addossare le proprie mancanze. Risulta infatti che nel pomeriggio del 3 marzo ci fu un colloquio telefonico tra l'assessore lombardo alla Sanità, Giulio Gallera, e il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, consulente del governo sulla pandemia, al termine del quale lo scienziato verbalizzò al premier la richiesta di istituire una zona rossa nei due Comuni orobici. L'indomani il ministro della Salute, Speranza, si recò a Milano e rassicurò i vertici regionali in merito alla chiusura di Alzano Lombardo e Nembro. Il 5 infatti il governo schierò 2.500 militari per isolare la zona, ma l'ordine di passare all'azione non arrivò mai.

 

«Non ho mai visto quel verbale» si giustifica adesso Conte, che però ad aprile, in un'intervista a Travaglio, disse di aver letto il documento. Autosmentita. Anche se fosse vera peraltro, l'ignoranza del documento sarebbe un'aggravante, perché dimosterebbe con quale scarsa sollecitudine il premier si applicasse all'emergenza. Passarono infatti altri tre giorni prima che Palazzo Chigi decidesse la chiusura di tutta Italia, senza che la zona rossa a Bergamo divenisse mai realtà. Ora è in corso un'indagine contro ignoti per appurare le responsabilità della strage nei due paesi lombardi, dove in due mesi morì di coronavirus l'1,5% della popolazione. Quello che sappiamo oggi grazie ai verbali desecretati è che il ministro della Salute e i tecnici di Conte erano per la chiusura e che la Regione Lombardia si sentì rassicurata da questo.

LO SCONTRO (CERCATO) CON I LOMBARDI
I detrattori di Fontana e Gallera sostengono che gli amministratori, constatata l'irresolutezza del premier, avrebbero potuto forzare e imporsi al governo, ma non ci fu il tempo e neppure il modo, perché i militari sul territorio rispondevano a Roma e non a Milano. Inoltre, da un mese sistematicamente il premier muoveva contro i vertici lombardi, sconfessandone ogni iniziativa. Fontana venne accusato di razzismo perché chiese di mettere in quarantena chiunque arrivasse dalla Cina. Poi, quando si filmò mentre indossava la mascherina, il presidente, anziché avere il plauso del governo, fu rimproverato perché screditava l'Italia a livello internazionale. Fu creato dallo Stato centrale un clima ostile e poco collaborativo nei confronti della Regione, abbandonata a se stessa e per di più messa nell'impossibilità di agire autonomamente.

 

Oggi i nodi vengono al pettine e Conte recita la parte delle tre scimmiette. Non vide, non sentì, non parlò. Siccome però per oltre due mesi il premier decise di farsi vedere, farsi ascoltare, parlare e decidere solo lui in tutta Italia, è giusto che sia identificato come l'unico responsabile della strage nella Bergamasca. D'altronde il verbale documenta che il premier scelse di gestire la pandemia da solo, disattendendo i consigli dei suoi scienziati, che volevano chiusure differenziate nel Paese. Conte invece scelse autonomamente per la serrata totale, anche nelle zone non a rischio, optando per un sequestro di persona di massa, al confronto del quale il divieto di sbarco dei profughi della Open Arms è una goccia nell'oceano.

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