Celeste

Vittorio Feltri sta con Roberto Formigoni: "Ci vuole il Celeste per difendere la democrazia"

Vittorio Feltri

Anche se non è più una sorpresa da oltre tre secoli, quando vide la luce La Scienza Nuova di Giambattista Vico, mi lascia sempre stupefatto come tutto ritorni, in particolare in politica, senza che nessuno ricavi mai qualcosa dall'esperienza precedente: ciechi, sordi, smemorati, tracotanti e fiduciosi di ribaltare quel che non può essere ribaltato, ignoranti nella convinzione di portare "qualcosa di nuovo", peggio ancora, "rivoluzionario". Nessuno in politica inventa qualcosa, i più bravi rileggono meglio, adattano al contesto, interpretano i tempi, fanno piccoli passi avanti. Tutto è conseguenza e niente accade che non sia maturo per accadere. A due millenni e mezzo dall'invenzione della democrazia, "qualcosa di nuovo", ma dài. Per questo sorrido, confesso amaramente, sfogliando per la seconda volta a distanza di otto anni dalla sua pubblicazione un libretto di riflessioni di Roberto Formigoni, Il buon governo - Per non rinunciare alla democrazia (Edizioni Ares, 78 pagine, 5 euro). Uscì ad agosto nel 2012, un anno duro per la giunta lombarda che era da molti mesi sotto attacco giudiziario: a giugno anche il presidente era stato coinvolto nell'inchiesta sulla corruzione nella sanità privata lombarda, che lo condurrà sei anni dopo a una condanna dura e senza prove, di sapore politico. Quel libretto contiene un compendio della Lombardia come istituzione e delle sue politiche come la conosciamo ancora oggi, e già questo è un segno di quanto lungo avessero visto Formigoni, la sua giunta e il suo braccio operativo, il segretario generale Nicola Sanese: seguire il principio della sussidiarietà (se un ente fa bene il suo compito, l'ente superiore non interviene se non per sostenerlo, il contrario dell'accentramento del potere e delle decisioni), spostare l'obiettivo delle azioni dell'amministrazione dagli enti alla persona, valorizzare i corpi intermedi, cioè la famiglia, le imprese, gli enti locali e le associazioni, mettere in primo piano la libertà di scelta fra pubblico e privato, su scuola, sanità e formazione professionale, fornendo ai cittadini lombardi strumenti che li avvicinassero a entrambi i mondi. Venne messo in piedi un sistema complesso di concorrenza pubblico-privato, con meccanismi di controllo sulla qualità altrettanto difficili da gestire: ovviamente non era perfetto ma funzionò, tanto che a distanza di altre due presidenze (Maroni e Fontana) è rimasto quasi invariato.

 

 



Governo pasticcione - Tuttavia, quel che mi ha colpito non è tanto l'elencazione (in verità abbastanza autodifensiva, anche se motivatamente) dei risultati raggiunti, né della loro filosofia, fondata sulla dottrina sociale della Chiesa. Ma alcuni elementi del trattatello che mi hanno richiamato alla situazione che stiamo vivendo oggi. Sono passati otto anni, nessuno parla più di Seconda repubblica né di presidenzialismo (cui Formigoni nel libro si riferisce, insieme con il federalismo e con un'Europa meno germanocentrica, come chiavi per acquisire autorevolezza nel contesto internazionale). Siamo alle prese con una crisi sociale ed economica che ha radici molto prima del Covid ma che la pandemia ha aggravato e arricchito di nuovi elementi sia di gravità sia di "distrazione". Abbiamo un dialogo più incasinato con l'Unione europea, cerchiamo soldi dappertutto e non stiamo ancora capendo niente della malattia che si sta rifacendo avanti, né delle persone che appena hanno potuto hanno cominciato a infischiarsene; abbiamo un governo pasticcione composto da dilettanti che, invece di trarne esempi, cerca di destabilizzare la Lombardia per avocare a sé ogni decisione. Eppure, sentite qui, nel 2012, cito il libretto. «L'attacco alla Giunta di Regione Lombardia è per molti versi un ulteriore esempio della volontà di regolare i conti con tutti coloro che si oppongono all'ipnosi del Paese, alla creazione di un'Italia ammaestrata governabile a distanza () Mi limito a esprimere sconforto per la sensazione che esista una frangia della giustizia che procede per campagne». E inoltre: «La posta potrebbe essere più grande di una sedia di Governatore: vale a dire piegare il Nord, ridimensionare quello che dal 1994 è il cuore della resistenza antioligarchica. La Lombardia e la sua amministrazione sarebbero, quindi, un ostacolo intermedio verso il raggiungimento di questo obiettivo. E andrebbero spazzate via». Sovrapponete a queste parole i fatti di cronaca giudiziaria delle ultime settimane: non è cambiato niente. Formigoni vedeva lontano.

Conseguenze disastrose - A dire il vero, io covo il dubbio che nessun ministro sugli odierni scranni conosca nemmeno il significato della parola "oligarchia". Ma chi comanda oggi, anche quando non lo capisce, anche se è ignorante come mai nella storia della nostra Repubblica, il potere lo fiuta e ne è eccitato, e non sapendo giocare di fino cerca di arraffarlo con le reti a strascico della demagogia e delle inchieste. Le conseguenze sono disastrose, e quel che dicevo all'inizio, cioè che mi arrovella è tutto, in breve, in questo libretto scritto otto anni fa da un uomo che in quella rete a strascico (le reti a strascico non conoscono giustizia) poi ci è finito. Non dovrei stupirmi. Due millenni e mezzo fa non era diverso, e non è che mi faccia piacere. Ma ancora meno mi piace che dopo tutto questo tempo nulla, se non qualche dettaglio improduttivo, sia migliorato della natura umana. Ecco, nel 370 Avanti Cristo, mentre Roma barcollava dopo aver subìto 17 anni prima il celebre sacco da parte dei Galli Senoni di Brenno, che cosa scriveva Platone, ne La Repubblica: le dittature «hanno due madri. Una è l'oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L'altra è la democrazia allorché, per sete di libertà e per l'inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi. Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tale disastro, e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, e poi con la violenza, che della dittatura è pronuba (promotrice, ndr) e levatrice. Così la democrazia muore: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo». Se guardo fuori dalla finestra o seguo un telegiornale, dunque, non dovrei meravigliarmi, anzi, confesso che a volte mi sento in obbligo di fingere: non mi stupisco. Ma nel momento in cui sono finalmente da solo nella mia stanza e la porta è ben chiusa, le braccia mi cadono lo stesso.