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Coronavirus, Attilio Fontana e Giulio Gallera mandati allo sbaraglio: perché sono meglio di chi li aveva accusati

Lorenzo Mottola
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 «Presidente, qui le devono delle scuse. Trovo un atto di crudeltà addossare a una persona la responsabilità di 16mila morti». La renziana Patrizia Baffi, originaria di Codogno, non aveva ancora finito di pronunciare questa frase, ma già dai banchi del centrodestra si levava un'autentica ovazione. Ieri il Consiglio regionale della Lombardia ha discusso l'attesa mozione di sfiducia al governatore Attilio Fontana. Mozione respinta, con l'astensione dell'unico esponente di Italia Viva. Una prima crepa nel centrosinistra, che testimonia come il clima attorno alla giunta stia cambiando. Per varie ragioni. Nei mesi della pandemia abbiamo letto tanti attacchi infondati (in particolare all'assessore Giulio Gallera). Tutti ricordano lo "scandalo" del Trivulzio e la strage degli anziani nelle case di riposo, che alcuni imputavano all'incuria lombarda. Poi, per farla breve, è emerso che il tasso di mortalità di questa e di tante altre strutture per pensionati era sostanzialmente uguale - se non inferiore - a quello della media degli ospizi ubicati in tutte le zone colpite dal Coronavirus.

 

 

Altro fatto: tanti giornali hanno insistito a lungo sui ritardi della giunta nell'istituire la zona rossa in provincia di Bergamo. Dopo mesi, messo alle strette dai pm, lo stesso Giuseppe Conte ha ammesso che la decisione è stata presa dalla presidenza del Consiglio. Negli ultimi giorni, poi, è arrivata un'altra sorpresa. L'attenzione dei media si è focalizzata sulle prime fasi dell'epidemia e in particolare sugli allarmi lanciati dagli esperti che lavorano per il ministero della Salute. Allarmi che il governo ha nascosto. «Alla fine la verità trionfa», ha scritto Attilio Fontana ieri pomeriggio su Facebook. «Poco alla volta emergono le verità nascoste e si scopre che il governo non ha condiviso con le Regioni alcune informazioni che avrebbero permesso a quest' ultime di organizzare al meglio la propria difesa contro il virus assassino». Al centro della discussione ci sono due dossier. Il primo è stato presentato in una riunione del Comitato tecnico scientifico del 12 febbraio, il cui verbale è stato inspiegabilmente secretato. Il secondo studio è stato concluso una decina di giorni dopo (come riportato ieri dal Corriere, Speranza ne negava addirittura l'esistenza). In entrambi i casi gli esperti al servizio di Palazzo Chigi hanno manifestato le loro preoccupazioni riguardo alla carenza di reparti di terapia intensiva e di strumenti per la protezione individuale, essenziali per affrontare il Covid.

Gli esponenti della maggioranza, però, non hanno reagito. All'epoca quelli del Pd ancora organizzavano aperitivi. «È grave quanto successo il 12 febbraio», ha detto ieri Fontana, «avremmo potuto spendere quei dieci giorni per prepararci». Il ministero della Salute ha risposto al fuoco nel solito modo, provando a scaricare ogni responsabilità. «La Regione Lombardia non poteva non sapere: aveva dentro casa propria la persona che ha commissionato quello studio», ha detto la sottosegretaria Zampa, «ossia il dottor Zoli. Si tratta poi di uno dei numerosi studi di cui si parlava nel corso delle riunioni del Comitato tecnico scientifico e mi stupisce che la Lombardia affermi di non conoscerne i contenuti». Zoli in effetti fa parte sia della squadra del ministro Speranza che di quella di Fontana e ha partecipato a tutte le riunioni del Cts. Proprio ieri, però, ha spiegato al Corriere di aver solamente eseguito gli ordini del governo, che gli aveva imposto di mantenere il riserbo su quelle informazioni. In pratica, Palazzo Chigi ha imposto il segreto su un atto e ora i ministri si lamentano perché qualcuno gli ha dato retta. Un capolavoro. 

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