Alla vigilia delle urne

Pietro Senaldi contro Zingaretti: "Si illude di vincere le elezioni, quello che non dice su De Luca e Renzi"

Pietro Senaldi

Nicola Zingaretti dev' essere andato di recente a uno dei suoi famosi aperitivi. Non si spiega altrimenti la dichiarazione che ha rilasciato ieri alla radio RTL, dove in sostanza ha sostenuto di essere la salvezza del Pd. «Nel 2018 abbiamo subìto la più grande sconfitta della storia prendendo il 18%, oggi possiamo diventare il primo partito italiano» ha dichiarato il segretario dem, sorvolando sui sondaggi, che lo danno al 20%. La forza del leader progressista è l'assenza di percezione, oltre a una stampa amica che, con la complicità dei pm, sorvola sui soldi veri che la Regione Lazio ha buttato in appalti farlocchi e dà la caccia a quelli immaginari che la Lega avrebbe messo chissà dove. Certo l'analisi di Zingaretti va presa per quello che è, uno slogan elettorale nel quale Nicola prova a truccare le carte. Tra due giorni si vota e tutti i candidati del centrodestra sono sostenuti da liste personali che faranno la parte del leone. È possibile quindi che il voto salviniano vada a sostenere direttamente Zaia in Veneto, la Ceccardi in Toscana o Toti in Liguria, candidati forti, e che, per una pura casualità, a questo giro i dem raccolgano più consensi della Lega, beneficiando della scarsa attrattività dei loro aspiranti governatori, ad alcuni dei quali il partito ha vietato di farsi la lista individuale. Ma questo non significa nulla. Il segretario dem è costretto a gonfiare il petto e cogliere qualunque appiglio pur di puntellarsi perché è sotto attacco interno. Qualche giorno fa il presidente dell'Emilia-Romagna, Bonaccini, alla Festa dell'Unità della sua Regione, ha chiaramente detto che, avanti così, il partito non tornerà mai più a primeggiare e che, per far rivivere i tempi d'oro, occorre richiamare a casa Renzi e Bersani.

 

 



Realtà diversa - L'affermazione, poiché logica e inappuntabile, ha provocato una valanga di contestazioni nel Pd, alle quali il governatore ha risposto facendo finta di riferirsi agli elettori dei due ex segretari più che a loro in quanto tali. Che sia vera la prima o la seconda ipotesi, in ogni caso Zingaretti ha sentito suonare le campane a morto sulla sua segreteria e ha dovuto rispondere inventandosi la fesseria dei progressisti prima forza italiana. La realtà è diversa. Se il Pd riuscirà a conservare Campania e Puglia, cosa nient' affatto scontata, non sarà merito della segreteria nazionale ma degli eretici governatori locali, De Luca ed Emiliano. Ben lungi da essere uomini di partito in qualche modo riferibili a Zingaretti, i due sono capibastone con tendenza a considerarsi satrapi, trattano il territorio come cosa loro e non intendono riferire a nessuno su come lo governano, neppure a chi li ha eletti. Se poi, per puro caso, il centrosinistra si aggiudicasse la Liguria, la vittoria sarebbe della maggioranza giallorossa, che il leader dem neppure avrebbe voluto nascesse, e che solo in quella Regione è riuscita a esprimere una candidatura unitaria, quella del giornalista del Fatto Sansa. Più che di Zingaretti, l'affermazione sarebbe di Travaglio.

Elenco di debolezze - Quanto alla Toscana, un eventuale successo della sinistra sarebbe accreditabile sul conto di Renzi, che dalle sue parti ancora prende voti e che il presidente del Lazio teme e detesta. Sulle Marche per i dem c'è poco da stare allegri, visto che è concreto il rischio che la Regione per la prima volta passi al centrodestra, mentre per quanto riguarda il Veneto, perfino i candidati progressisti ormai suggeriscono di eleggere il governatore leghista. «Scegliete pure Zaia ma date la preferenza anche a me che sono del Pd», recita nel proprio video elettorale il giovane e spregiudicato Stefano Artuso, da Padova, suggerendo il voto disgiunto. Insomma, a tenere in vita Zingaretti è solo una serie di debolezze, quella propria, quella dei suoi competitor interni e quella del partito che dirige. Il segretario è stato scelto per una fase di transizione, quando i dem pensavano che sarebbero restati all'opposizione anni, per il solo fatto di non aver nominato né avere il controllo di nessuno degli attuali parlamentari. È l'uomo che deve portare la croce, salvo farsi da parte quando il gioco si farà serio. Attualmente resta in sella perché la sua poltrona è talmente scomoda e i tempi sono così drammatici che nessuno ambisce a sostituirlo. Se, per miracolo, il partito si rianimasse nonostante Zingaretti, subito comparirebbe qualcuno più grosso e credibile a dargli una spallata. Quando arriverà l'urto, nessuno dell'attuale dirigenza del Pd allungherà le braccia per sorreggere il segretario, al quale Veltroni, uno che a sinistra conta ancora parecchio, ha appena dato il benservito. Nicola ha schierato il partito per il Sì al referendum, Walter si è precipitato a dire che voterà No. A buon intenditor