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Nicola Zingaretti, roba da dimissioni immediate: quanti milioni di voti ha perso il Pd

Fausto Carioti
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«Mi assumo le responsabilità mie e non mie. Mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto». Sono le parole che Nicola Zingaretti non ha mai detto. Le pronunciò invece il suo predecessore Walter Veltroni, quando lasciò la poltrona di segretario del Pd. Era il 17 febbraio del 2009 e in questo divario di tempo, di elettori e di stile è riassunto tutto il processo di decomposizione della sinistra e del suo principale partito. Veltroni mollò dopo la sconfitta rimediata in Sardegna. Poche ore prima Renato Soru, governatore uscente, non era arrivato al 43%; il 52% dei sardi aveva votato per il candidato del centrodestra. Una botta che giunse dopo le sconfitte rimediate l'anno prima in Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Abruzzo. Era un Pd che alle Politiche dell'aprile 2008 aveva incassato 12,1 milioni di voti, insufficienti a evitare la vittoria del centrodestra. I sondaggi, in quei giorni, fotografavano un partito al 25%. Tutto un insieme di cose che indusse Veltroni alle dimissioni, in nome del bene del partito. Se solo avesse saputo. La storia si è ripetuta, però in peggio. Perché dal 17 marzo del 2019, quando è arrivato sul ponte di comando del Pd, di regioni Zingaretti ne ha perse cinque: Basilicata, Piemonte, Umbria, Calabria e Marche. E alle recenti elezioni ha visto il suo partito indietreggiare ovunque. Il confronto con i risultati del 2015 è straziante: percentuali in calo ovunque, 63.557 voti in meno in Veneto, 13.671 in Liguria, 51.753 in Toscana, 45.389 in Campania, 27.688 in Puglia. Sommati ai fuggitivi marchigiani sono oltre 232.000 gli italiani che, un lustro dopo, si sono rifiutati di rimettere la croce sul simbolo del Pd. 

 

 

Quando Zingaretti prese in mano il Pd per risollevarlo, valeva il 20%. «Dobbiamo costruire un partito aperto, plurale, inclusivo, dobbiamo cambiare tutto», disse appena incoronato segretario. Non è cambiata la cosa più importante: le intenzioni di voto restano lì, inchiodate al 20%. La curva dei consensi prosegue piatta, come l'encefalogramma politico del suo leader e del gruppo dirigente che lo circonda. Che ne frattempo sono anche riusciti a perdere, assieme a 5,1 milioni di voti alle Europee, 12 dei 31 seggi che Matteo Renzi aveva conquistato a Strasburgo, nel politicamente lontanissimo 2014. «Nicola non ha carisma», è il giudizio più benevolo riservatogli dai compagni della capitale, che lo conoscono bene. Non è solo carenza di physique du rôle: Zingaretti è un oratore mediocre, non ha il sarcasmo che fu di D'Alema e nemmeno una collezione di fumetti come quella di Veltroni a fargli da substrato culturale. Gli italiani lo hanno inquadrato da tempo e secondo le rilevazioni Ipsos coloro che lo apprezzano non sono mai stati più del 30%, numero distantissimo da quel 45% che era stato di Veltroni nel momento in cui lasciò. Carenze cui Zingaretti prova a sopperire con l'unica capacità che possiede: quella di incassare gragnole di colpi da avversari e alleati facendo finta di nulla. È figlio della vecchia arte romana di arrangiarsi. Non sa come usare i soldi del Mes, però li vuole, perché è convinto che spendendoli riuscirà a farsi rieleggere. Non ha idea di come riformare la giustizia, ma in compenso è grande amico dell'ex magistrato e gran manovratore Luca Palamara, la cui moglie ha avuto per anni come dirigente alla Regione Lazio. Non ha un progetto per il partito e per la sinistra e nemmeno gli interessa averlo: sembra il primo a credere che il suo diploma da odontotecnico gli precluda certe possibilità. Confida nell'assenza di concorrenza, nel fatto che neanche gli altri dirigenti del Pd sappiano regalare sogni al popolo di sinistra, e guardando in faccia Franceschini e Gentiloni viene il dubbio che, in fondo, qualche ragione l'abbia.

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