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Pietro Senaldi su Giuseppe Conte: "Non sa più che pesci pigliare, sarebbe criticato qualunque decisione avesse preso"

Pietro Senaldi
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Siamo tutti dottori con il Covid e i polmoni altrui ed economisti con il borsellino e la bottega del vicino. Da quando l'album dei virologi, inventato dal grafico della Fiera di Milano Saverio Di Spirito, ha sostituito nell'immaginario collettivo quello delle figurine Panini dei calciatori, gli italiani si sono trasformati da commissari tecnici in primari di anestesia e rianimazione. Ci siamo divisi in tifoserie e ognuno ha il proprio campione di riferimento. Gli audaci schierano il tridente Bassetti, Remuzzi e Zangrillo, i catenacciari si affidano al blocco Galli, Crisanti e Lo Palco. Poi ci sono i professionisti immarcabili, che passano agevolmente da una tesi all'altra, come Locatelli, Ranieri Guerra e Burioni, l'Ibrahimovic del virus.

Poiché a Palazzo Chigi abbiamo un avvocato, alla Sanità un bravo ragazzo che è già tanto se è in grado di fare un'iniezione e alla vicepresidenza del Consiglio un miracolato, coadiuvati da una ministra dei Trasporti e una dell'Istruzione che starebbero benissimo anche nei panni della bigliettaia e della supplente, è normale che il governo del virus ci capisca poco o nulla, malgrado si industri per combatterlo da ormai dieci mesi. Non si possono pretendere dai politici anamnesi e terapie sulle quali neppure gli scienziati hanno le idee chiare e litigano come pazzi. In particolare difficoltà è il premier Conte, che ha perso la baldanza e la sicurezza della scorsa primavera. Quando appare in tv ormai sembra solo e abbandonato e non più orgogliosamente solitario. Il tono e il piglio sono da capro espiatorio, non da deus ex machina.

Non può più giustificarsi con l'effetto sorpresa né incolpare le Regioni da che il virus ha iniziato a dilagare anche in quelle amministrate dalla maggioranza; tantomeno può prendersela con Salvini, che ormai ha deciso di mettersi la mascherina e non votargli più contro. Risultato, il consenso è sceso al 40%, oltre 25 punti sotto rispetto ai picchi, di morti e di popolarità, di marzo e aprile, e quello del governo è precipitato a quota 32. Nella tradizione di Libero, quando a uno tirano tutti le pietre addosso, come ora all'avvocato Giuseppe, noi ci commuoviamo anche se non ne condividiamo l'azione.

Errori il governo ne ha fatti, parecchi, e li abbiamo denunciati tutti. Non ci uniamo però al tiro al piccione partito all'indomani dell'ultimo decreto della Presidenza del consiglio, nel quale il premier ha limitato al minimo le restrizioni e lasciato la patata bollente in mano a sindaci e governatori. Il motivo è duplice. Siamo autonomisti convinti, pertanto non possiamo protestare se l'esecutivo, oltre alle responsabilità, per una volta scarica anche qualche potere sugli enti locali, seppure senza preoccuparsi di fornire a essi le risorse per fare quel che gli chiede. Ma soprattutto, ammettiamolo, Conte sarebbe stato criticato qualunque decisione avesse preso.

 

 

Ne sa qualcosa il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, che di lavoro ormai fa il bersaglio anziché il politico. Venne criticato perfino perché si mise la mascherina. Fu il primo, ora abbiamo scoperto che dobbiamo indossarla tutti e sempre, ma nessuno si è scusato con lui per averlo accusato di rovinare l'immagine dell'Italia nel mondo. Domani, con un altro gesto di coraggio, quello che è mancato al premier, istituirà il coprifuoco, subito imitato da De Luca cuor di Schettino, lo sceriffo scappato a Salerno per sfuggire alla pandemia. «È una decisione simbolica» ha spiegato l'Attilio, attirandosi un mare di vaffa dai ristoratori, che hanno ragioni reali di protesta. Lui tira dritto convinto che la buonanotte anticipata sia il minore dei mali. Vai a sapere, non l'avesse decisa, l'avrebbero crocifisso comunque, e allora meglio morire per le proprie idee che cercando di interpretare quelle altrui.

PRUDENTI E SPERICOLATI
Il Covid è una realtà e combatterlo impone sacrifici e divieti. Noi italiani siamo paurosi, prudenti e integralisti quando si tratta di ridurre le libertà del prossimo ma diventiamo spericolati e pretendiamo di costituire l'eccezione alla regola allorché i divieti ci rompono le scatole, sconquassandoci interessi e abitudini. Se amiamo nuotare, siamo per la chiusura delle palestre ma vogliamo tenere aperte le piscine. Se abbiamo il figlio alle elementari, siamo favorevoli alla didattica a distanza ma solo per i licei. Se abbiamo un bar, non ci tange il coprifuoco che uccide i nostri colleghi delle pizzerie ma saremmo disposti a scendere in piazza se a qualcuno venisse in mente di proibire la vendita dei cornetti. Ne è la prova il comportamento dei nostri ministri, tutti pronti alle chiusure, ma solo se dei settori di competenza altrui, perché quando veniva messo in discussione il proprio, ciascuno diventava negazionista. Chi oggi accusa il premier di aver chiuso troppo poco, la prossima settimana, quando arriverà, inevitabile, un'ulteriore stretta, lo criticherà perché ammazza l'economia. Il poveretto non sa più che pesci pigliare. Da terrorista è diventato ottimista. Ieri ha annunciato l'arrivo del vaccino a fine anno. Una buona notizia, se sarà confermata, cosa che perfino lui ignora, tanto da puntualizzare, «se tutto andrà bene», che suona ben più funesto dell'«andrà tutto bene» in voga la primavera scorsa. Illustre avvocato, speriamo lei abbia ragione. Intanto ci segniamo la frase, confidando che non finisca come i soldi del Recovery Fund, che dovevano arrivare il 15 ottobre e sono già slittati al giugno prossimo. Poco male, tanto lei e i suoi ministri non avete ancora idea di come spenderli. Il vaccino invece abbiamo idea di come usarlo, e ci auguriamo proprio che lei non stia giocando con le nostre speranze per guadagnarsi qualche giorno di tranquillità. Sarebbe una causa persa.

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