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Dpcm, Renato Farina contro Giuseppe Conte: "Trattati come bambini, ci promette il Natale per tenerci buoni"

Renato Farina
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Che bei tempi, dice la nostalgia canaglia, quando si spaventavano i pargoli dicendo che Gesù Bambino, Santa Lucia, i Re Magi o - nella versione americana - Babbo Natale avrebbero rovesciato in casa invece dei giocattoli un sacco di carbone se non fossero stati bravi e obbedienti. I genitori - non tutti, solo quelli francamente un po' stronzi - delegavano così al buon Dio o ai suoi emissari con i cammelli o la slitta l'incarico di sorvegliare i fanciulli, i quali così si sentivano osservati in segreto, e perciò premiati o puniti per i loro atti senza poter dire be'. Insomma: si trattava della traduzione domestica dello slogan vincente della Dc e di Giovannino Guareschi: Dio ti vede, Stalin no.

Giuseppe Conte con i suoi decreti anti-Covid di ieri, in nessun caso sottoposti al vaglio del Parlamento, ha trasformato i cittadini in bambini-sudditi. Presentando le nuove misure per combattere il contagio si è comportato come la direttrice nana del Collegio di Gian Burrasca, e con un paternalismo insopportabile non ha spiegato affatto il come e il perché di regole bizzose e in buona parte irrazionali, ma ha evocato il carbone a Natale se faremo i cattivi cittadini e disobbediremo, perché allora arriverà il babau dotato di Corona e ci chiuderà in casa senza messa di mezzanotte e senza cenone e tombola con il parentado. Insomma ha chiesto sottomissione come fanno gli Imam. Si deve obbedire perché è così, e basta. E voi figlioli ricopiate sul diario i compiti per casa, altrimenti sarete consegnati in caserma come reclute recalcitranti. Ha detto: «Prendiamo questi provvedimenti oggi per passare un Natale più sereno».

Aveva nominato la ricorrenza del 25 dicembre già il 14 ottobre, in modo persino più carogna: «Io non faccio previsioni per Natale, per prevenire un lockdown è chiaro che molto dipenderà dal comportamento (dei cittadini)». Non dal comportamento del governo, dalla capacità di chi ha in pugno le redini del Paese, e soprattutto della Sanità, di proteggerci, ma dalla buona volontà degli italiani. In quei giorni un virologo aveva previsto la clausura nelle case per le festività non per fatalismo, ma come conseguenza dell'assoluta incapacità delle autorità di predisporre e mettere in atto un piano chiaro e severo di tracciamento dei contagi e di chiusure mirate. Niente da fare. Conte ha scelto la minestra riscaldata, decidendo di punire le frange già meno difese, come quelle del terziario, promettendo ristoro ai ristoratori, i quali hanno ben ragione di essere fuori di sé.

La questione è questa: servono davvero queste misure? Ammesso e non concesso che quel sacrosanto risarcimento arriverà, a pagarlo saremo noi tutti, e saranno come i soldi regalati ai sortilegi di Maga Magò. Le misure imposte hanno infatti un carattere che è l'equivalente delle danze della pioggia. Il rito di rientrare in casa alle 23, anzi prima perché fuori non si mangia, obbligando le trattorie e i bar a tirar giù le saracinesche alle ore 18, è un abracadabra da disperati, che non ha nessunissima utilità per spegnere l'energia del virus. Gli assembramenti si verificano dovunque meno che a tavola: non capita che un imitatore di Nanni Loi faccia la zuppetta con il pane o la brioche nella minestra o nel tiramisù degli altri; mai visti contatti ravvicinati nei locali dove si sta seduti ordinatamente e ben distanziati; è invece assai più pericoloso sfidare le code fuori dalle farmacie, dove inevitabilmente si è indotti a fraternizzare e a stringersi pensando di fare prima.

Il carattere insomma dei provvedimenti ha un'intenzione simbolica di bassa lega: ciarpame pedagogico stregonesco. Costringendo al coprifuoco si intende imprimere un messaggio nella testa della gente: state attenti, state in casa, colpirne uno (ristoratori e simili coi loro clienti) per educarne maoisticamente cento. Nell'incapacità acclarata di gestire l'allerta sui telefonini (un fiasco clamoroso), si vietano le processioni con il Santissimo e le si sostituisce con riti di digiuno sociale dalle pretese taumaturgiche. Una magia dall'esito sicuro come una quaterna al lotto: e se non si vince non sarà neppure colpa della malasorte ma dei bambini cattivi. Per la maggioranza di tutti noi, il significato proprio del Natale - l'ingresso di Dio nel mondo dal seno di una vergine - è qualcosa di purtroppo lontano. Ce lo avvicina un baluginio di speranza davanti al presepe, una scintilla che appare negli occhi dei bambini. Trasformarlo da parte del premier nell'alternativa tra dolcetto o scherzetto a premio e castigo del popolo fa piuttosto pensare a Re Erode: una truffa.

 

 

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