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Alfonso Bonafede, quel silenzio inaccettabile su Nino Di Matteo: ciò che non ci ha ancora detto

Giulia Sorrentino
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Un tema caldo, che ancora non ha una risposta, quello del capo del DAP. Un posto fondamentale, un ruolo che in Italia negli ultimi mesi ha fatto discutere e non poco. La domanda è: perché lì non c'è Nino Di Matteo? Magistrato con la M maiuscola, nonché l'uomo più scortato d'Italia. Ma Bonafede ancora non ha risposto, per quanto in realtà dica già di averlo fatto. Ma la risposta purtroppo può darcela solo lui, perché è stato proprio lui a chiamare Di Matteo chiedendogli di ricoprire quel ruolo o, in alternativa, quello di direttore generale degli affari penali (posto peraltro all'epoca già occupato, quindi teoricamente non disponibile), che corrisponderebbe al posto che al tempo occupava Giovanni Falcone.

Ma ai tempi di Falcone quel ruolo aveva un peso specifico completamente diverso rispetto ad oggi, basti vedere la gerarchia. Di Matteo aveva 48 ore per decidere, ma il ministro si è tirato indietro, proprio quando Di Matteo andò da lui dicendo che avrebbe accettato. Ma prontamente Bonafede risponde con una frase agghiacciante: «Accetti il posto agli affari penali perché vedrà che lì non ci saranno nè dinieghi nè mancati gradimenti». Chi è che non gradisce Nino Di Matteo? Ci risponda ministro, perché da giovane che deve ancora farsi le ossa in questo Paese che grida vendetta ho paura, e tanta, nel sapere che le decisioni vengano prese in un certo qual modo molto opinabile.

 

 

Lei ha il dovere di dirci perché, se è stato a causa delle rivolte scoppiate nelle carceri o perché il mattino dopo si era svegliato sul fianco sbagliato. Ma qualunque sia la motivazione deve venire a galla, per rispetto verso la nostra intelligenza, e soprattutto perché la trasparenza è sempre stato il motto del movimento Cinque Stelle, anche se ultimamente mi sembrate un po' confusi, ma questo è un altro discorso. Vorrei inoltre porre l'accento su un altro compagno di merende di Bonafede (presumo), ovvero Gaetano Pedullà, che si è permesso di dire: «Lei Giletti sta aiutando le cosche»: una frase che andrebbe punita severamente, perché una leggerezza simile in diretta nazionale non può passare in sordina. Il favoreggiamento personale è punito dall'articolo 378 del codice penale, con reclusione fino a quattro anni. Direi che ha parlato non a sproposito, ma di più. Giletti può starle antipatico, e questo se lo tenga per se o meno, non sta a me deciderlo, ma dire che proprio lui sta favorendo la mafia credo sia negazionismo storico nonché un tentativo spregevole di rivendere Bonafede. Sono una delle tante, ma non mi fermerò, che chiede a Bonafede una risposta, perché vi dimenticate di noi giovani che ci battiamo per tematiche sociali e politiche che non chineremo la testa davanti al silenzio.

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