Il commento

Antonio Socci: se parla Donald Trump, la censura è democratica

Sono tempi cupi per chi ama la libertà. La voglia di bavaglio e di censura avanza come un carro armato. La Sinistra "politically correct" - tribunale supremo delle idee ammesse o proibite - rivendica ormai la pretesa di decidere chi può parlare e chi no, cosa bisogna dire e come dirlo (in Italia già si discutono leggi di questo tipo). Negli Stati Uniti questa ideologia accomuna i capitalisti della Silicon valley, gran parte dei media e le piazze manifestanti degli estremisti di sinistra. Con la compiacenza del Deep State. Sono più potenti del presidente degli Stati Uniti Trump a cui hanno imposto, per tutta la campagna elettorale 2020, il bollo di biasimo delegittimante di twitter e facebook. Alla fine lo hanno addirittura sottoposto al rito umiliante del bavaglio: tre reti televisive (Abc, Cbs e Nbc) hanno interrotto e oscurato il suo discorso in cui stava annunciando ricorsi legali sul voto, perché - a loro insindacabile giudizio - faceva «affermazioni false».

 

Michele Serra - che viene da una storia comunista - si è subito entusiasmato, esaltando questo episodio d'intolleranza come «una pagina storica». In realtà è una pagina inquietante. Nel mondo libero chiunque può criticare un'affermazione di un Capo di Stato, ma tre tv che lo oscurano non fanno una critica: mettono un bavaglio. Il presidente Trump stava annunciando che ricorrerà alle autorità di controllo per fare chiarezza su alcune modalità di voto e per verificare se ci sono state delle irregolarità: questa è una notizia di interesse pubblico. Parlava agli americani, i quali hanno il diritto di ascoltarlo e di sapere. Una televisione può contestare ciò che ha detto (non deve per forza trattarlo in guanti bianchi come i media hanno fatto con Biden). Ma oscurare la dichiarazione del presidente significa anzitutto privare i cittadini del diritto di farsi un'opinione su una questione di grande interesse pubblico: il loro voto.

Questo è l'opposto dell'informazione. A verificare se le contestazioni di Trump sono fondate penseranno le sedi istituzionali. Ma lui ha il sacrosanto diritto, riconosciuto dalla legge, di fare quei ricorsi e di annunciarli agli americani. Silenziando un presidente si minano le basi della dialettica politica che prevede diversità di opinioni: il giudizio di ciascuno sulla verità di un discorso emerge dal libero confronto delle idee. Se non c'è libertà di parola e confronto, non c'è più democrazia. Invece per molti, con idee di sinistra, non è così. Se le cose che tu dici non piacciono a loro, non puoi dirle perché loro le ritengono "menzogne". Quindi vai oscurato anche se sei il presidente degli Stati Uniti. Ieri si potevano leggere questi singolari argomenti nella rubrica di Michele Serra su Repubblica. Per lui «il giornalista che, dallo studio, riprende la linea mentre il presidente del suo Paese sta parlando in diretta, e spiega di sentirsi obbligato a farlo perché 'sta dicendo il falso', e gli leva la parola davanti a milioni di americani» rappresenta «una pagina storica».

Perché - dice Serra - «le opinioni non si censurano, ma le menzogne sì». Ma chi decide se uno sta dicendo una menzogna e quindi va oscurato? Lo decide Michele Serra? Nelle Costituzioni democratiche questo non è previsto. Solo nelle dittature accade. In una società libera non c'è uno che detiene la Verità e può arrogarsi la pretesa di decidere che un altro mente e quindi va oscurato. Se ritieni che un Capo di Stato menta puoi contestarlo con argomenti. Ma nei confronti di Trump non è stato fatto questo: gli si è semplicemente tolta la parola. storia comunista A Serra, che viene da una storia comunista, ricordo che se, nei 45 anni della prima repubblica, si fosse ragionato come lui, si sarebbe dovuto privare del diritto di parola tutta quell'area marxista che lodava i regimi comunisti (tirannie disumane) come fossero paradisi. In quel caso la menzogna era palese e documentabile. Eppure ai comunisti non è stato impedito di parlare e di diffondere le loro menzogne. Anzi, negli anni Settanta è accaduto semmai il contrario.

 

Quando scuole, fabbriche e università, sono state invase dall'onda rossa più estremista, nata dal '68, proprio i marxisti (di diverse fazioni) hanno preteso di imporre un pensiero unico, di solito impedendo agli altri di parlare (e non proprio con le buone maniere). Anche nei giornali e nei salotti intellettuali l'egemonia comunista era soffocante. Oggi sembra di essere tornati a quel clima. Forse per questo chi è stato comunista si entusiasma per il nuovo conformismo, che è l'erede di quello comunista del Novecento. Il "pensiero unico" che impongono oggi, come ha spiegato Eugenio Capozzi nel libro "Politicamente corretto", è appunto «l'erede di tutti i progressismi» che hanno nel marxismo la loro versione più nefasta. Scrive Capozzi: «La retorica politicamente corretta - con la sua impostazione di 'catechismo civile' e la sua strutturale tendenza alla censura - non è una degenerazione del linguaggio, un tic del discorso pubblico contemporaneo o una moda delle classi colte. Rappresenta invece l'espressione di un'ideologia, impostasi nelle società occidentali nell'ultimo mezzo secolo, paradossalmente mentre il luogo comune dominante sosteneva la 'morte delle ideologie'». Questa nuova ideologia nichilista si basa, fra l'altro, sulla demonizzazione dell'Occidente e della sua storia.

Se, nelle recenti manifestazioni di piazza, hanno contestato Churchill non c'è da stupirsi che "bombardino" Trump. Del resto il partito "politically correct", nelle università americane, aveva già censurato Euripide, Dante, Shakespeare, Ovidio, Mark Twain. Un po' come nella Cina maoista, durante la rivoluzione culturale, mettevano al bando Mozart e Beethoven come nemici del popolo e "ideologi borghesi". Capozzi si chiede: «Com' è stato possibile che, a parte i reduci del marxismo, anche la cultura liberaldemocratica sia stata colonizzata così facilmente da una narrazione che ne rinnega i fondamenti storici e filosofici in nome di un relativismo estremo?».