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Pietro Senaldi, la fine ingloriosa di Piercamillo Davigo: "Ora che non è più magistrato, perde anche le cause"

Pietro Senaldi
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Chi di Camillo ferisce, di cavillo perisce. Pier Camillo Davigo sta vivendo una terribile nemesi. La storia presenta il conto all'ex procuratore che per trent'anni ha fatto tremare la politica, per lo più quella che va dal vecchio Psi a destra. Da quando ha dismesso la toga infatti, sarà un caso, gli è più difficile vincere le cause. Il procuratore, uno dei punti di riferimento storici dei giustizialisti e degli anti-berlusconiani, grande tecnico del diritto con ostentate ambizioni da moralizzatore, è andato in pensione di recente, dopo aver tagliato il traguardo del settantesimo anno d'età. Il compleanno lo ha sorpreso mentre ancora egli ricopriva l'incarico di membro del Consiglio Superiore della Magistratura, un mandato che ha la durata di quattro anni.

I colleghi, ritenendo che lo scranno sia destinato solo a toghe in servizio e che gli ex non abbiano diritto di prendere provvedimenti disciplinari e gestire le carriere di chi è in attività, lo hanno fatto decadere prima del termine naturale. Davigo c'è rimasto male. «Hanno danneggiato la mia immagine, facendomi sembrare attaccato alla poltrona, cosa che assolutamente non sono», ha commentato l'ex eroe di Mani Pulite che, per dimostrare che non è così, ha preso la contraddittoria iniziativa di impugnare la decisione presso il Tribunale Amministrativo. L'uomo però non ha fatto i conti con la circostanza che oggi non è più un magistrato, bensì un normale cittadino, e pertanto quando si scontra con i giudici, ne esce come tutti noi, con le ossa rotte. Il Tar infatti ha respinto la domanda al mittente, spiegando al magistrato ferito nella forma e nella sostanza che lui non è più un potere dello Stato e le sue rimostranze le deve presentare al giudice ordinario, come fanno tutti i comuni mortali quando ritengono di dover tutelare un proprio diritto soggettivo. Accadono cose che nessuno avrebbe mai potuto immaginare solo qualche tempo fa.

La storia d'amore di 42 anni di Davigo con la magistratura che finisce a carte bollate, i giudici che danno una lezione di diritto al loro guru, e questi che impugna per non essere estromesso dall'incarico, come se il Csm fosse la Casa Bianca e lui una sorta di Trump del diritto. Ovviamente, vista con gli occhiali degli interessato, la storia è tutta diversa. Il decaduto ritiene di agire non per interesse personale ma per una questione di principio, addirittura per tutelare una volontà costituzionale. Quando si dice l'amore per la causa e il sacrifico disinteressato. Pur di far trionfare la giustizia, il procuratore rischia di chiudere con una figuraccia una carriera ricca di gloria. Vostro onore, non ne vale la pena. La Costituzione è in vigore da oltre settant'anni senza che nessuno prima si sia mai interrogato sul quesito che lei pone in merito alla sorte dei membri del Csm pensionati, che quindi è evidentemente marginale. In oltre otto lustri di professione, quel che doveva dare al mondo del diritto, alla giustizia e all'ingiustizia terrena, lo ha dato; resti sullo scranno e non litighi nelle aule dei tribunali come noi miseri mortali. Non fa bene a lei e neppure all'immagine della magistratura. Tanto, anche se alla fine dovesse vincere in tribunale, ci sarà sempre qualcuno che sosterrà che in fondo Davigo è solo uno che ha avuto ragione pur avendo torto o, come direbbe lei, un colpevole che l'ha fatta franca.

 

 

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