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Coronavirus, l'antidoto anti-Covid è già al centro della polemica tra entusiasti, contrari e titubanti: gli italiani non si fidano delle istituzioni

Alessandro Giuli
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Non c'è ancora nemmeno un piano di distribuzione del vaccino anti Covid-19 ma l'Italia è già entrata voluttuosamente nel delirio fratricida tra vaccinisti assoluti, no vax militanti e timidi scettici subito fraintesi dall'una e dall'altra fazione. È il caos intorno a un farmaco scambiato per veleno, ovvero a un virus attenuato in laboratorio da inoculare come l'elisir indispensabile per uscire dall'incubo pandemico. Niente da fare. Eppure negli Stati Uniti, dove l'azienda farmaceutica Moderna avanza a passo di carica nella produzione del vaccino, il primo contratto per la distribuzione è stato firmato a maggio e oltretutto il 10 dicembre la Food and Drug Administration si riunirà per decidere il via libera all'uso in emergenza anche del siero prodotto dalla Pfizer; in Germania l'aspettativa è talmente alta che si teme addirittura l'assalto ai camion da parte dei ladri di vaccini, una proliferazione di rapine ai danni dei trasporti speciali di farmaci.

E in Italia? Stiamo entrando nell'ultima settimana di novembre e almanacchiamo discordi, filosofeggiamo o ci scanniamo dandoci di negazionisti ottenebrati dall'ideologia del complotto oppure di servi delle multinazionali transumaniste. A metà del guado, da ultimo, è sopraggiunto perfino il mite direttorissimo Paolo Mieli: «La procedura del vaccino anti-Covid ha avuto qualcosa di sospetto Il vaccino lo farei subito, ma se fossi giovane e dovessi avere figli sarei più cauto. Aspetterei che lo facessero le persone più anziane». Ha detto così, Mieli, ospite a Otto e mezzo su La7, facendo eco alle recenti parole del microbiologo Andrea Crisanti il quale aveva affermato che «senza dati a disposizione, io non farei il primo vaccino che dovesse arrivare a gennaio. Perché vorrei essere sicuro che questo vaccino sia stato opportunamente testato e che soddisfi tutti i criteri di sicurezza ed efficacia non sono disposto ad accettare scorciatoie».

 

 

 

 

 

Risultato: un'ondata di sospetti, accuse e controaccuse da parte del Cts e dei virologi devoti al principio di precauzione ma fermissimi nel filovaccinismo. Fra loro si distingue per esempio Ilaria Capua, stanziata negli Stati Uniti, che propone di allestire una campagna di vaccinazione a tappeto nei cinema desertificati dai lockdown. Ma se perfino Roberto Burioni, suo collega nella scienza e nella notorietà mediatica, nonché convinto studioso e assertore dei vaccini-panacea («una luce in fondo al tunnel»), sembra assalito dai dubbi? Burioni ha precisato che lui la punturina magica se la farebbe soltanto dopo precise garanzie e non certo così, su due piedi, «non conoscendo ancora i dati nel dettaglio» come una qualsiasi cavia al servizio di una multinazionale. Parole imbracciate dalla propaganda no vax malgrado lo stimatissimo virologo intendesse soprattutto sottolineare la necessità di una convalida scientifica, essendo lui peraltro più scettico rispetto alla possibilità di convivere con il Sars-Cov 2 mediante terapie sperimentali come la plasmaferesi. Sia come sia, resta il fatto che circa il 60 per cento degli italiani non si fida del vaccino in arrivo. Secondo il sondaggio Monitor Italia condotto da Tecnè per l'agenzia Dire, il 33,7 per cento del campione vorrebbe aspettare per capire se è sicuro e il 24,8 sicuramente non lo farà, mentre il 6,3 ancora non sa che fare. Un capolavoro di autolesionismo e arretratezza culturale, o è più che altro diffidenza? Eccoci forse al punto centrale della questione: di là dalle contese viscerali tra no-mask a piede libero e sbirri di complemento a caccia di fuorilegge, a prescindere dall'eterno ritorno dell'identico conflitto tra guelfi e ghibellini sotto altre spoglie, la verità è che l'italiano medio (giornalisti e virologi compresi) ha sviluppato nel tempo un disincanto radicale nei confronti delle istituzioni. 

Di qui la sfiducia non tanto verso la scienza e i suoi derivati quanto nei confronti di chi, sia nel mondo politico sia in quello sanitario, sarebbe chiamato a organizzare il piano vaccini e a somministrare la materia prima a noi cittadini. È il culmine del paradosso che stiamo vivendo in queste strane ore: reclamiamo una sempre maggiore, se non definitiva protezione dai morsi della pandemia e ci lamentiamo al contempo delle restrizioni stabilite dal governo. Come a dire: ben venga una dittatura sanitaria sul genere di quella che pare abbia risolto i problemi dei cinesi, a patto che gli aspiranti dittatori non siano i protagonisti del circo mediatico-scientifico-politico che imperversano sotto i nostri sguardi sornioni e corrivi.

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