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Luciano Gattinoni, il coronavirus e la Merkel: "Modello Conte? La differenza tra Italia e Germania"

Alessandro Gonzato
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Secondo lei, in Germania, quante possibilità ci sono che un giudice vieti ai medici di famiglia di curare i pazienti Covid a casa loro?». Cos' ha pensato quando ha letto la sentenza del Tar del Lazio? «Sono notizie che fanno cascare le braccia, che le si legga dalla parte di chi ha presentato il ricorso o di chi l'ha accolto: non è certo in questo modo che si affronta una pandemia». Luminare di Anestesia e Rianimazione, ex direttore scientifico del Policlinico di Milano e presidente della Federazione mondiale di medicina e terapia intensiva, il professor Luciano Gattinoni insegna all'Università di Gottinga, nella Bassa Sassonia. È tra gli atenei più prestigiosi al mondo: vi hanno studiato i fratelli Grimm e il cancelliere Otto von Bismarck. «A metà del '700 Göttingen fu scelta dal re Georg-August come sede dell'Università perché era isolata, non c'erano distrazioni per gli studenti».

 

 

 

 

E oggi?

«Abbiamo ancora tanta campagna e aria pulita».

Perché in Germania ci sono così pochi morti e contagiati?

«Nessuna formula miracolosa: soltanto, si fa per dire, tanti tasselli che al posto giusto fanno funzionare la macchina sanitaria molto meglio che in Italia».

Partiamo dal primo.

«Mi ricollego alla follia del Tar: in Germania c'è una connessione molto stretta tra la medicina territoriale e gli ospedali, che così non vengono sovraccaricati. In Italia questo sistema è sparito da trent' anni: trattiamo i medici generalisti come un mondo a parte, e nessuno ne parla. Ci sono ancora troppe persone che arrivano in ospedale quando il loro stato di salute è già compromesso».

Altra differenza.

«La Germania, rispetto all'Italia, per la sanità investe 2mila euro in più pro capite, circa 5.500. Significa più cure e prevenzione».

C'è poi una grande disparità tra il numero di posti letto in terapia intensiva...

«In Germania sono 35mila: più o meno il triplo. Ma c'è anche un altro fattore da non sottovalutare».

Quale?

«L'accessibilità. Le terapie intensive sono distribuite meglio sul territorio. Sono raggiungibili più facilmente. Va detto poi che in Italia ci sono 6 infermieri per 1.000 abitanti, meno della metà della Germania. Sono due armate anti-Covid molto diverse».

È diversa anche la cura?

«No: semplicemente i medici lavorano in un contesto migliore».

La Germania classifica i decessi Covid in modo differente?

«Ma davvero qualcuno pensa che i medici siano talmente idioti da truccare i dati? Un medico può sbagliare in un 5-10% dei casi, ma questo non giustifica la differenza che c'è tra la Germania e gli altri Stati».

Lì il virus è meno aggressivo?

«Non mi sembra che ci siano evidenze scientifiche».

Da qualche giorno in Italia la curva dei contagi non cresce più. Teme che l'influenza stagionale possa riportarla in alto?

«Estremizzo: se io sono da solo in un'isola deserta, che probabilità ho di prendere l'influenza? E quante ne ho, invece, su un metrò in cui starnutiscono 100 persone? Se continuiamo a indossare la mascherina e rispettiamo le distanze, le probabilità che il male di stagione si diffonda molto meno rispetto al passato sono del 99%: potessi giocarmela al Lotto lo farei senza esitare. Il concetto è semplice, non occorre uno scienziato: l'influenza passa da uomo a uomo. Meno contatti, meno influenze».

Crede nella terza ondata del Covid?

«Non si può escluderla a priori: è un virus anomalo ad alta contagiosità e che in parte ancora non conosciamo».

Cresce la fronda di chi è contrario al vaccino.

«C'è anche chi è convinto che la Terra sia piatta, ma non mi metto a discutere con loro. Io mi vaccinerò».

Qualche suo collega ha sollevato dubbi sulla velocità con cui sono stati preparati.

«Eraclito diceva che la guerra è madre e regina di tutte le cose. In una condizione d'emergenza è normale che i test siano più rapidi. Nessuno può mettere in commercio un vaccino che non abbia superato i protocolli di sicurezza. In ogni caso con questo virus dovremo conviverci: o lo sconfiggeremo col vaccino o se ne andrà per i fatti suoi, come la Sars, anche se aveva caratteristiche un po' diverse».

Previsioni per il Natale?

«Non faccio programmi né per il cenone né per la primavera. Orazio diceva: "Non pensare al futuro e non giocare coi dadi di Babilonia". È la condizione umana».

In Germania parlano delle festività quanto noi?

«Noi italiani tendiamo a drammatizzare tutto. La Merkel ha detto in modo chiaro e sintetico che non ci saranno i mercatini, la gente l'ha accettato, punto e stop. Non è che tutti la amino, sia chiaro, ma c'è molto rispetto per lo Stato. Le differenze si notano dalle piccole cose. Le faccio un esempio».

Prego.

«Prima della pandemia sono rimasto fermo su un treno per Amburgo: la gente è scesa senza tante proteste e si è organizzata coi taxi. Pensi cosa sarebbe successo in Italia».

In Italia i treni si fermano spesso...

«La stupirò: sull'alta velocità mi è capitato di più in Germania».

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