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Teresa Bellanova si dimette? Giovanni Sallusti: "Ma chi se ne frega"

Giovanni Sallusti

La domanda che si farebbe un abitante della Terra se fosse improvvisamente catapultato in quella succursale di Marte che è l'Italia giallorossa suona più o meno come segue. Può un Paese membro del G7, seconda manifattura d'Europa, stare appeso per settimane alle dimissioni di Teresa Bellanova? La risposta, ovviamente, sta nel quesito stesso, e non ci permettiamo di esplicitarla, per rispetto del lettore. Quello a cui hanno abdicato (da tempo) giornaloni, tiggì "istituzionali", agenzie di stampa, che da giorni rilanciano il tormentato dubbio neoshakespeariano del ministro delle Politiche agricole: «Mi dimetto o non mi dimetto?». Nota per i professorini del realismo politico, quelli che hanno la citazione di Machiavelli sempre in canna: grazie, lo sappiamo anche noi che la signora si esercita nell'arte del tiraggio della corda senza spezzamento anzitutto in quanto capodelegazione al governo di Italia Viva. Per cui "realtà effettuale" vuole che le dimissioni sue e della collega fantasmatica Elena Bonetti siano il concreto strumento di pressione nell'attività quotidiana di logorio del governo in cui è specialista indiscusso Matteo Renzi. Ma, proprio in nome del realismo, ci permettiamo di far notare che le minacce, per essere tali, devono essere credibili. Davvero quella di una nazione privata dell'alto magistero di Teresa in materia di agricoltura è una prospettiva in grado di alzare la temperatura della lotta politica, di sparigliare l'arrocco compulsivo della pochette facente le funzioni di premier, di suscitare un minimo turbamento negli italiani provati dalla pandemia sanitaria e da quella economica?

 

 

CONTADINI DISPERATI
Se poi scendiamo nella categoria toccata dalle deleghe specifiche della Bellanova, appunto gli agricoltori, lo stato d'animo di fronte all'eventualità lacerante di un suo addio potrebbe passare dall'indifferenza al giubilo. Tralasciamo il fallimento clamoroso della sanatoria che nelle intenzioni della renziana doveva rendere i braccianti clandestini "meno invisibili" (annunciata con pianto commosso agli italiani serrati in casa durante il lockdown). Anzi no, ché la verità dei numeri è troppo definitiva: il provvedimento che avrebbe dovuto regolarizzare circa 600mila immigrati e dimostrare che - sempre parole sue - «lo Stato è più forte del capolarato», ha prodotto circa 207mila domande. Delle quali 176.800 per lavoro domestico e assistenza alla persona (colf e badanti), e solo 30.700 (appena il 15%) per lavoro subordinato in agricoltura. Non a caso gli imprenditori di settore, Coldiretti in testa, chiedevano piuttosto la semplificazione e sburocratizzazione del voucher agricolo e l'apertura di "corridoi verdi" con Paesi come la Romania (da cui in era pre-Covid proveniva quasi un terzo dei lavoratori stagionali impegnati nelle nostre campagne) per valorizzare la manodopera italiana e comunitaria, tendenzialmente già formata. Niente da fare, l'ideologicamente vispa Teresa ha privilegiato la narrazione immigrazionista politicamente corretta alla realtà delle esigenze della filiera.

MODELLO GRETA
Anche la sua entusiastica adesione al programma europeo Farm to Fark, dalla fattoria alla tavola, capitolo di quel Green New Deal che è il talismano laico di Ursula Von der Leyen, lascia più di una perplessità. Fortemente voluto dalla Germania, che guardacaso è Paese "trasformatore" molto più che produttore, il programma impone una riduzione del chimico a favore del biologico ideale per intercettare l'applauso della gente che piace. Peccato che gli scenari conseguenti, analizzati da uno studio del Dipartimento dell'Agricoltura americano rilanciato anche da Coldiretti, prevedano tra l'altro: un calo della produzione agricola nell'Ue del 12%, un aumento dei prezzi del 17%, una diminuzione dell'export del 12%. Insomma, danni oggettivi per produttori e consumatori, ma senz' altro Greta Thunberg sarà contenta. Mantenendoci fedeli a questo fastidioso riferimento che è la calcolatrice, a dispetto delle dichiarazioni bellanoviane roboanti risulta difficile anche spacciare come un successo i 110 milioni di euro destinati all'emergenza della "cimice asiatica", che ha infierito soprattuto sulle aziende ortofrutticole del Nord, a fronte degli oltre 740 milioni di danni. Insomma, qui a Libero siamo accusabili pressoché di tutto, tranne che di nutrire pregiudizi verso la ministra già bracciante quindi sindacalista tessile. Anzi, nel giorno dell'insediamento, quando fu stoltamente attaccata per l'abito blu elettrico e per il titolo di studio (terza media), ci precipitammo a difenderla, in nome della libertà di vestiario e contro il feticismo del pezzo di carta. Ecco, dopo più di un anno quel look eccentrico rimane il suo atto di gran lunga migliore. Un po' poco, per inquietarsi di fronte all'ipotesi delle sue dimissioni.