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Vaccino, Giuseppe Conte e Domenico Arcuri i peggiori in Europa: "Avanti così e saremo vaccinati tra 23 anni"

Fausto Carioti
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 La fotografia non cambia. Israele ha già vaccinato il 12,6% della propria popolazione, il Regno Unito l'1,4% e gli Stati Uniti l'1,3% (Benjamin Netanyahu, Boris Johnson e Donald Trump, quelli che secondo il coro non ne azzeccano mai una). La Germania è a quota 0,3%, motivo per cui a Berlino stanno crocifiggendo Angela Merkel, la quale comunque si è già assicurata 30 milioni di dosi in più dal consorzio Pfizer-BionTech, fregandosene degli accordi Ue, che impongono di far passare ogni acquisto per Bruxelles, da dove poi vengono smistati ai singoli Stati in proporzione al numero dei loro abitanti (significa che il 13,5% delle nuove dosi tedesche, ossia oltre 4 milioni, è stato tolto agli italiani, non potendo BionTech produrne più di così). L'Italia di Giuseppe Conte e Domenico Arcuri ha iniettato la prima dose allo 0,15% della popolazione. Meno della media mondiale e peggio di Portogallo, Estonia, Croazia, Islanda e Bahrein, per elencare alcuni Paesi che non sono esattamente superpotenze scientifiche e industriali. Al ritmo attuale, 12.000 iniezioni al giorno, l'intera popolazione italiana al di sopra dei 16 anni, composta da 51,3 milioni di individui, riceverebbe le due dosi necessarie alla prima immunizzazione in 23 anni. Che è come dire mai, perché l'efficacia del siero, sebbene ignota, scadrebbe sicuramente molto prima.

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Seguendo la migliore tradizione il governo ha scaricato ogni colpa sulle Regioni: se i vaccinati sono assai meno dei vaccini disponibili la colpa è dei governatori che non fanno la loro parte. Tesi comoda per Conte, Arcuri e le loro cheerleader, ma che sorvola su un aspetto non proprio secondario: per quanto avanzata sia la tecnologia medica, il siero anti-Covid non si inocula da solo nell'organismo degli italiani. Servono siringhe di precisione, che scarseggiano. E serve qualcuno che le sappia usare e abbia la capacità di affrontare i problemi che possono sorgere prima o dopo l'iniezione, dalla crisi di panico all'eventuale reazione allergica. Motivo per cui è stato previsto che le vaccinazioni siano effettuate da «equipe» composte da un medico e quattro infermieri nei punti di somministrazione, attivi sette giorni su sette, e da un medico e un infermiere per la somministrazione domiciliare, che avverrà cinque giorni a settimana. Personale specializzato, insomma. Che non c'è. E rimediarlo era compito di Arcuri, commissario straordinario all'emergenza Covid. A che punto è il mago degli approvvigionamenti? In altissimo mare.

Nelle tabelle che lui stesso ha fornito sono previste per oggi la presentazione delle candidature da parte di medici e infermieri e tra il 25 e il 28 gennaio la selezione e la firma dei contratti, cui seguirà una veloce formazione in vista del loro primo giorno di presenza nei punti di somministrazione, che sarà tra il 28 e il 30 di questo mese. Come scrive Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, «molti (giustamente) lamentano la bassa percentuale di vaccinati rispetto alle dosi consegnate alle Regioni, pochi sanno che le Regioni potranno disporre della "cavalleria" non prima di fine gennaio». Discorso simile riguarda le siringhe. «Dal primo giorno avremo tutte quelle che servono a somministrare i vaccini», aveva garantito Arcuri il 10 dicembre. Si è visto. La Liguria, ad esempio, ha ricevuto solo quelle da 5 e 3 millilitri, che vanno bene per diluire il farmaco, non per somministrarlo. «Per questa operazione», spiega il governatore Giovanni Toti, «servono le siringhe da 1 millilitro. La Regione Liguria le aveva in casa, per cui non c'è stata alcuna ripercussione sulla nostra campagna vaccinale, ma ci vorrebbe più attenzione da parte del governo». Chi non aveva scorte pronte, come la Calabria, è nei guai. Il resto del disastro è frutto degli errori europei. È raro che un imprenditore si lamenti per la mancanza di concorrenti pronti a sottrargli quote di mercato, eppure è ciò che hanno fatto Ugur Sahin e Özlem Türeci, i due scienziati di origine turca che in Germania hanno fondato BionTech, l'azienda che ha sviluppato il vaccino anti-Covid messo in commercio assieme all'americana Pfizer: ad oggi, l'unico autorizzato nell'Unione europea.

ERRORI DELL'UE
Intervistati dal settimanale Der Spiegel, hanno accusato la Ue di avere sbagliato tutti i calcoli. «La situazione non è buona», spiegano. «Si è creato un buco perché c'è una mancanza di altri vaccini approvati e noi dobbiamo colmare il divario con il nostro vaccino». La Commissione europea era convinta che ci sarebbero stati «diversi fornitori», e invece «a un certo punto è diventato chiaro che molti non sarebbero stati in grado di fornire i vaccini velocemente», ma a quel punto «era troppo tardi per rimediare agli ordini insufficienti». Anche perché, nel frattempo, Donald Trump aveva fatto incetta di dosi per i suoi connazionali. Così si attende il 6 gennaio sperando che l'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, dia il via libera al siero dell'americana Moderna, già autorizzato negli Stati Uniti. Una buona notizia che purtroppo non sarà risolutiva: all'Italia spetterebbero 10,8 milioni di dosi, che dovrebbero arrivare entro settembre. Poco rispetto ai 40,4 milioni di dosi che i francesi di Sanofi non sono stati in grado di consegnare e dei 40,4 milioni della fornitura promessa da AstraZeneca. Il cui prodotto, ancora bloccato dall'Ema, proprio oggi inizia a essere distribuito nel Regno Unito.

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