Disobbedienza civile

Coronavirus, la rivolta di bar e ristoranti: in 30mila pronti a riaprire. "La pazienza è finita"

Azzurra Barbuto

Stanchi di aspettare l'ennesimo Dpcm, di subire il divieto di lavorare e quindi di guadagnarsi onestamente il pane, stufi di essere presi in giro da un governo che promette e non mantiene, di attendere "ristori" che non giungono e che comunque sono insufficienti, addirittura ridicoli, nonché una salvezza che non si intravede neppure all'orizzonte, decine di migliaia di commercianti italiani da venerdì 15 gennaio riapriranno le loro attività, anche nelle ore serali. Non ci provate nemmeno e a chiamarli «negazionisti», o a tacciarli di non avere a cuore i morti di Covid e di essere responsabili della prossima ondata di corona profetizzata con compiacimento da esperti da salotto, i quali stanno avendo il loro momento di gloria.

Questi ristoratori e titolari di bar non intendono confutare affatto l'esistenza del virus né dichiarare guerra alle mascherine, che adoperano scrupolosamente, bensì soltanto rivendicare i loro sacrosanti diritti costituzionali, in primis quello di svolgere il proprio mestiere, cosa che gli viene impedita quasi da un anno. A dare vita all'iniziativa denominata «Io apro 1501» è stato un ristoratore di Pesaro, Umberto Carriera, 31 anni, chef e gestore di sei locali, già multato lo scorso ottobre per avere coraggiosamente disobbedito al decreto del presidente del Consiglio che imponeva ancora una volta le sigillature. «Nel giro di tre giorni abbiamo già ottenuto oltre 30mila adesioni da parte di imprenditori del settore. È attiva una task-force di camerieri e cuochi che, non potendo stare in cucina, rispondono alle telefonate e alle mail che giungono da tutta l'Italia. Il ritmo è quello di oltre una richiesta al minuto», spiega Carriera, il quale da maggio ad oggi ha intascato solamente 8 mila euro di ristori per sei locali. «Mi sono bastati appena per pagare le bollette mensili di un unico ristorante», commenta il giovane. Le difficoltà sono tante, anzi troppe. «Ho 40 dipendenti, affitti e mutui da saldare. Con centinaia di migliaia di incassi non entrati è ovvio che i debiti siano montati. Fino al 31 dicembre sono riuscito ad onorare gli impegni, compiendo ingenti sforzi, adesso sono finiti i soldi e pure la pazienza. Per fortuna, questo mese i proprietari delle mura ci sono venuti incontro concedendoci di non versare il canone di locazione», prosegue Umberto, che insiste su un elemento: non risulta da nessuna parte che bar e ristoranti siano luoghi di contagio.

Gli imprenditori che si uniscono al movimento «Io apro» ritengono che il congelamento, per di più prolungato, degli esercizi commerciali non contribuisca a frenare la diffusione della infezione, e del resto i numeri danno loro ragione, bensì serva soltanto a danneggiare in maniera irreversibile un tessuto economico che non si è ancora ripreso dal lockdown dello scorso anno. I ristoratori confidavano sul fatto che l'esecutivo avrebbe studiato un piano per le riaperture, ecco perché sono rimasti sorpresi e contrariati allorché esso ha annunciato un inasprimento addizionale delle restrizioni e la creazione di nuove zone rosse e sono trapelate le prime indiscrezioni relative alla probabile e insensata abolizione persino dell'asporto dalle ore 18, ossia della possibilità per i clienti di ritirare in loco l'ordinazione, provvedimento che penalizzerebbe ulteriormente gli esercenti, oramai in ginocchio.

La reazione di questi ultimi è più che legittima: si è rotto un tacito patto tra loro è il governo, il quale aveva assicurato che le persone obbligate ad abbassare le saracinesche avrebbero percepito equi indennizzi, che tuttavia non sono pervenuti. È stato l'esecutivo per primo ad essere inottemperante e chi pretende il rispetto della legalità dovrebbe procurarsi di essere quantomeno credibile. Quindi il 2021 segna un repentino cambio di atteggiamento da parte della cittadinanza nei confronti delle imposizioni della maggioranza: non più rassegnata e silenziosa sottomissione né passiva accettazione, si inaugura una nuova epoca, quella della resistenza civile, educata, cortese. I ristoratori precisano che verranno scrupolosamente applicate all'interno dei loro locali tutte le misure profilattiche già osservate nei mesi delle aperture, quali uso dei dispositivi di protezione individuale, disinfezione delle mani, misurazione della temperatura all'ingresso, distanziamento sociale, numero contingentato di posti sia al tavolo, dove il conto verrà presentato al massimo entro le 21.45 al fine di consentire il rispetto del coprifuoco, che in sala. Anzi, le regole che si sono dati sono persino più rigorose rispetto a quelle indicate dal comitato tecnico-scientifico. 

 

 

 

Pure in questo caso l'unione fa la forza e non c'è dubbio che più commercianti spalancheranno i portoni il prossimo venerdì più sarà ardua un'operazione di repressione. Eppure è indispensabile che anche i cittadini sostengano questo audace gesto di protesta, definito da chi lo promuove «disobbedienza gentile». Come? Basta recarsi nei bar e nei ristoranti attivi, pure a costo di beccarsi un'ammenda. In caso di sanzioni essi potranno contare sul supporto legale offerto gratuitamente sia ai commercianti che agli avventori da oltre trenta avvocati che supportano l'impresa. E a Giuseppe Conte, sedicente avvocato del popolo che ha inflitto una sorta di condanna a morte ai ristoratori, toccherà prendere atto che la politica delle proibizioni illogiche, folli, suicide non funziona e non è più tollerata.