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Pietro Senaldi sulla crisi di governo: "Solo parole, i politici cercano l'imbroglio risolutivo"

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Parole, soltanto parole. «Ascoltami», «Ti giuro», «Ti prego», «Che cosa sei?», «Non cambi mai». Parole, soltanto parole, parole di odio tra Renzi e Conte, tra il Pd e Renzi, e ormai anche tra i dem e il presidente del Consiglio. Quanto ai grillini, loro per lo più se ne stanno zitti e fanno gli scongiuri. Se c'è la crisi, sono fritti; se si vota, sono morti. Parlano poco, tanto non è un mistero che cosa pensano: sono pronti a qualsiasi compromesso e alleanza pur di tirare avanti con la legislatura. Conte o non Conte, non conta, non è un problema loro.

In questa settimana i protagonisti della crisi di governo hanno detto tutto e il suo contrario e domani in Parlamento ciascuno prenderà il microfono per parlare, a vanvera. I politici sono verbosi, ma la politica è numeri e l'aritmetica al momento dice che il premier al Senato, senza Italia Viva, non ha la maggioranza assoluta, quei 161 voti che gli permetterebbero di vincere il braccio di ferro con Renzi. Istruzioni per capirci qualcosa. Il rottamatore fiorentino sta facendo il diavolo a quattro da settimane perché sostiene che il modo di governare di Conte è una ferita per la democrazia e il governo è troppo incapace per gestire la crisi e i soldi che l'Europa ci darebbe per uscirne. Ritira le sue ministre e vuole mandare Conte a casa; di fatto lo insulta, però allo stesso tempo afferma che non è una questione personale e che se Giuseppe da bianco si fa nero, lui sarebbe disposto a sostenerlo. Il foggiano non cambia spartito, cerca i numeri per ammazzare Matteo e quello di rimando spara bordate a tutto spiano contro l'esecutivo; ma sono colpi a salve, tant' è che Italia Viva domani non voterà contro il premier e si limiterà all'astensione. Starà alla finestra: se Conte per miracolo troverà i numeri, i renziani andranno all'opposizione, sperando di lucrare consensi, altrimenti attenderanno che grillini e dem gli si presentino con il piattello in mano e detteranno le condizioni per un nuovo governo. Senza Conte.

Il Pd a parole fa quadrato intorno al premier e giura che d'ora in poi, con il suo ex segretario fiorentino non va neppure a prendere un caffè. Poi però ha i tormenti interni e si divide. Che senso ha portare l'acqua con le orecchie a Conte, che se non viene ammazzato prima della fine della legislatura farà un partito personale o si metterà a capo di quel che resta di M5S e ruberà voti ai dem? Franceschini, Orlando, Zingaretti: tutti parlano con il piglio deciso del leader, ma solo l'idea di sedersi a Palazzo Chigi in una congiuntura così difficile e passare per i killer di Conte fa tremare loro le gambe. I dem vogliono continuare ad avere la botte piena e la moglie ubriaca, gestire il potere senza prendersene la responsabilità. A proposito della responsabilità, l'ultimo capolavoro del semi-leader piddino Franceschini è stato trasformarla in un disvalore; tant' è che la ricerca degli scappati di casa dalle fila di Italia Viva, degli azzurri, del Gruppo Misto o degli Udc non si chiama più caccia ai responsabili. Il ministro della Cultura l'ha rinominata apertura ai costruttori. Solo che nel nostro Parlamento nessuno vuol costruire alcunché, tutti puntano ad avere la pappa pronta.

Se il governo ha i numeri, lo sostengo anche io; ma se la conta di Conte non ha i numeri, non ci metto il nome e neppure la faccia. Infatti la notizia di ieri è che il drappello degli Udc e dei mastelliani si è sfilato dal sostegno al premier. Si sono ricordati di essere stati eletti spendendo parole a favore del centrodestra, ma sono sempre pronti a rimangiarsele ancora una volta se lo scenario dovesse cambiare nuovamente.

 

 

E poi c'è il parolaio per eccellenza, Giuseppe Conte. Si è illuso di aver respinto l'attacco di Salvini, nell'agosto del 2019, grazie al suo discorso in Senato che Travaglio e compagni hanno paragonato a quello di Churchill nell'ora più buia. In realtà se è ancora lì lo deve a Renzi e non a chi gli scrive le sue pedanti giaculatorie. E sempre l'astensionista Renzi dovrà ringraziare se dalla prossima settimana non sarà disoccupato. Dopo aver sostituito il governo con un Comitato Scientifico e le leggi con i suoi dpcm, Giuseppe, ora che ha bisogno dei deputati per sopravvivere, ha riscoperto la centralità del Parlamento e ha passato gli ultimi quattro giorni al telefono. Fiumi di parole per convincere i bassifondi dell'emiciclo a sostenerlo e il Quirinale a non mollarlo.

Al momento pare non siano bastate, ma lui non demorde. Come nella canzone di Mina che dà il titolo al giornale, il premier è conscio che il suo destino è parlare, parlare come se fosse sempre la prima volta. La prova sono le sue conferenze stampa, enfatiche e ripetitive. L'unica frase che non gli esce è quella che, nelle sue condizioni, qualsiasi leader avrebbe già detto da un pezzo: se non ho i numeri, me ne vado. Ma in fondo va bene a tutti che Giuseppe si astenga da ultimatum e prenda tempo, così ciascuno può continuare a lavorare alla ricerca dell'imbroglio definitivo ai danni degli italiani.

Ha parlato tanto anche il centrodestra, dicendo cose diverse prima di arrivare a una posizione comune: andiamo a votare. Ma anche queste sono affermazioni da non prendere troppo sul serio. Si presentasse l'occasione, tre quarti del centrodestra andrebbe al governo senza passare dalle urne. E si sprecherebbero milioni di parole per convincere la Meloni a starci. 

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