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Coronavirus, conferme da test e terapie intensive: vitamina D, conseguenze pesantissime

Caterina Maniaci
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Non solo vaccini. Ci sono superpoteri da schierare in campo neIla battaglia contro la pandemia. E non bisogna andarli a cercare chissà dove, esistono già e sono a portata di mano: sono i poteri della vitamina D. È stato verificato che può contribuire a far diminuire i trasferimenti in terapia intensiva e i decessi per pazienti colpiti da Covid. A queste conclusioni è arrivato infatti uno studio condotto e coordinato dall'Università di Padova con il supporto delle Università di Parma, di Verona e gli Istituti di Ricerca CNR di Reggio Calabria e Pisa, pubblicato sulla rivista Nutrients. Il team di ricercatori, guidato dal professor Sandro Giannini dell'Università di Padova ha dunque evidenziato scientificamente l'effettivo ruolo della vitamina D nel trattamento della malattia sviluppata dal Covid-19.

Bisogna ricordare che sono ormai molti gli studi, condotti a livello internazionale, sulla sua efficacia nello sviluppo di una funzione protettiva verso agenti infettivi. Allo stato attuale non sono ancora molte le informazioni precise su come la vitamina possa influire sull'insorgenza ed il decorso della malattia collegata al Covid -19. Molti lavori scientifici hanno associato l'ipovitaminosi D (cioè la carenza della vitamina stessa nel nostro organismo) a una maggiore esposizione alla malattia ed alle sue manifestazioni cliniche più aggressive. Poco si sapeva, invece, sugli effetti dell'assunzione di colecalciferolo (vitamina D nativa) in pazienti già affetti da Covid-19. Lo studio compiuto dalle nostre Università ha percorso la strada che una recente ricerca francese aveva suggerito, ossia verificare se realmente la terapia con colecalciferolo, assunta nei mesi precedenti il contagio, potesse favorire un decorso meno critico in pazienti anziani fragili affetti da Covid.

E la ricerca italiana mostra come la somministrazione di vitamina D a soggetti affetti da Covid-19 abbia potenziali effetti positivi sul decorso della malattia. «I pazienti della nostra indagine, di età media 74 anni», ha spiegato il professor Giannini, «erano stati trattati con le associazioni terapeutiche allora usate in questo contesto e, in 36 soggetti su 91 (39.6%), con una dose alta di vitamina D per 2 giorni consecutivi. I rimanenti 55 soggetti (60.4%) non erano stati trattati con vitamina D». Lo studio aveva l'obiettivo, precisamente, di valutare se il numero di pazienti che andavano incontro al trasferimento in Unità di Terapia Intensiva e, purtroppo, al decesso, potesse essere condizionato, e in quale misura, dall'assunzione di vitamina D. Durante un periodo di sperimentazione di 14 giorni circa, 27 (29.7%) pazienti sono stati trasferiti in Terapia Intensiva e 22 (24.2%) sono deceduti.

Nell'analizzare i dati si è potuto constatare che in pazienti affetti da diverse patologie era più evidente il beneficio indotto dalla vitamina D. «In particolare», ha sottolineato Giannini, «in coloro che avevano assunto il colecalciferolo, il rischio di andare incontro al decesso o al trasferimento in Terapia Intensiva era ridotto dell'80% rispetto ai soggetti che non l'avevano assunto». Un barlume in fondo al tunnel, una strada da percorrere, considerando che non si possono riporre tutte le speranze e concentrare ogni sforzo solo sui possibili vaccini, ma si devono cercare cure efficaci e preventive. Proprio sull'efficacia della vitamina D hanno puntato anche in Inghilterra. Con un programma di sperimentazione già partito grazie al quale i volontari ricevono delle pillole per posta da prendere ogni giorno per sei mesi, se un test pungidito mostrerà carenze di questa vitamina. Lo studio, condotto dai ricercatori della Queen Mary University di Londra e finanziato da Barts Charity, utilizza dosi più elevate di vitamina D rispetto ai normali integratori.

 

 

 

Come ha spiegato il ricercatore David Jolliffe, lo studio «ha il potenziale per dare una risposta definitiva» alla domanda se la vitamina D offra una protezione contro il Covid. E bisogna considerare che «gli integratori di vitamina D sono a basso costo, a basso rischio e ampiamente accessibili; se si dimostreranno efficaci, potrebbero aiutare in modo significativo nella lotta globale contro il virus». Attenzione, però: il messaggio di questi studi non è quello di incitare a correre a imbottirsi di vitamina, sentendosi così al riparo degli attacchi del virus. Anche perché, se è vero che gli integratori di vitamina D sono sicuri, assumere ogni giorno più della quantità raccomandata, dicono gli esperti, può essere pericoloso a lungo termine.

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