Regole

Filippo Facci contro Massimo Galli e Walter Ricciardi: "Troppo allarmismo. Risultato? Gli italiani se ne fregano e vanno in giro"

Filippo Facci

Siamo al punto che annunciare una neo zona gialla la candida subito a ridiventare arancione, perché la gente non ne può più, anticipa i tempi e va in strada perché era caricata a molla da mesi. È così: ormai tanti italiani tendono a fottersene perché l'eccezionale è diventato ordinario, in tv straparlano e dicono ogni cosa, il periodo eccezionale sta rubando anni di esistenza. L'ego dei virologi televisivi crea contraddizioni, annunci di apocalisse o di bonaccia virale, sdrammatizzazioni spicciole o ipoteche sul futuro dell'umanità. Nel dubbio, in tanti sono stanchi e si fanno interpreti di quella parola imparata l'anno scorso: assembramento, ex struscio, ex casino in centro.

 

 

 

Come ci siamo arrivati? In principio fu l'ignoranza, fu il non capire che quelli là non erano impazziti, non stavano scherzando: stavano davvero serrando tutta l'Italia, chiudendo quasi tutti i negozi, stavano dicendo che occorreva mettersi delle mascherine come i chirurghi, e possibilmente non uscire. In tv scorrevano dati sui morti e parlavano degli scienziati dai nomi complicati, però è anche vero che questo «covid» era una cosa che colpiva soprattutto al settentrione, soprattutto nel milanese e nel bergamasco e nel lodigiano, i dati confermavano, ma c'erano pure quelli che «Milano non si ferma» e Bergamo neppure, ergo, nel meridione e nel centro Italia, sì insomma, si usciva lo stesso anche perché dài, morivano solo quelli di 120 anni. Poi crebbe una relativa consapevolezza, anche perché i notiziari mostravano un'Europa contaminata a sua volta in cui erano scattati gli stessi riflessi di chiusura e asocialità, anche avvolta da una confusione totale in cui ciascuno faceva a modo suo e diceva cose diverse. Però, da noi, prese anche piede un riflesso quasi ludico e stare in casa a non fare un cazzo, e in fondo parve quasi divertente, perché lo facevano tutti e perché c'erano i deficienti che cantavano dal balcone, quindi i concerti dai terrazzi, canzoni rigorosamente terrone cantate da interi quartieri, disegni con l'arcobaleno, e torce, le lampadine, le candele, i telefonini accesi, gli applausi collettivi, campane che suonavano, tutto quello che fa della mancanza di sobrietà un segno distintivo del made in Italy. Sui media circolavano scandalizzate fotografie di assembramenti irresponsabili e mezzi pubblici stipati, come se alcuni, compreso lo Stato, predicassero bene e razzolassero male. Era anche vero. Cominciarono persino i complottismi sui diritti civili violati, sull'importanza dell'istruzione, c'erano bambini che dicevano di voler andare a scuola (gli unici seriamente malati) e il famoso bollettino delle 18, coi dati sui morti e i contagiati, cominciò a stancare anche perché era la stessa ora delle sceneggiate dai balconi, suvvia, dovevano piantarla di spaventare la gente.

 

 

 

 

 

Cinici e stanchi - Ma bastarono un paio di settimane per ammosciare le pagliacciate, per evidenziare che la lettura dei dati era divenuta disorientante, il criterio-arlecchino per calcolare i contagiati cambiava da regione a regione e ancor più da nazione a nazione, si comprese lentamente che i contagiati erano sicuramente molti di più, e anche i medici di base dicevano che tanta gente moriva anche fuori dagli ospedali, a casa, in attesa di ricovero o fuori dal pronto soccorso. Gli italiani si fecero più stanchi, più cinici, più intolleranti, incattiviti ma pure spaventati perché qualche conoscente malato o col genitore morto cominciarono ad averlo in tanti. Nessuno aveva più voglia di rassicurare dicendo che «finirà bene», anzi, c'era chi invocava la pena di morte per chi metteva a rischio la vita degli altri e i famosi assembramenti scandalizzavano ancora. Fortuna che venne l'estate e la grande rimozione, la grande irresponsabilità e incompetenza di ministri che scrivevano libri sulla guarigione del Paese (ministri che incredibilmente sono ancora lì) ma che sfociò, dall'autunno, nel colpo di grazia finale sull'umore degli italiani e sulla credibilità di politici, delle task-force, dei comitati scientifici, dei virologi portasfiga e, soprattutto, sull'autodisciplina di chi, in mesi di asocialità, si era abbruttito dentro e fuori. Il Censis fotografò la più brutta Italia del Dopoguerra con lo sfondo del Coronavirus e con l'impennata dei favorevoli alla pena capitale (quasi uno su due) e uno slogan che riassumeva una psicologia collettiva: «Meglio sudditi che morti». Il 2020 era stato l'anno del terrore che aveva innescato una malcelata paura del futuro, ma anche una stanchezza e una noncuranza (ci si abitua a tutto) che dopo l'infelice invenzione del semaforo governativo (zone rosse e arancioni e gialle) non fece più cogliere una netta distinzione tra zone e periodi diversi: c'era sempre l'impressione che in giro ci fosse comunque gente - neanche più travestita da runner o con l'immancabile cane - e c'erano sempre più auto e biciclette e maledetti monopattini in circolazione, tutti andavano a lavorare non si sa dove e come.

 

 

 


Punto di non ritorno - Gli italiani si tenevano il governo Conte come ci si tiene un herpes, la socialità era ai minimi storici e la tensione «securizzatrice» non aveva prodotto solo un crollo verticale del Pil, ma aveva imbolsito un già scarso orgoglio civico e democratico. L'individualismo era divenuto un buon alleato del virus, unitamente ai problemi sociali di antica data, alla rissosità della politica e ai conflitti istituzionali. C'era gente impoverita e rovinata per davvero, la frattura tra i garantiti e i non garantiti era peggiorata, i commercianti non capirono più la logica di chiusura e apertura degli esercizi, le eccezioni e le regole, per quale ragione si poteva cenar fuori a mezzogiorno ma non la sera. Ormai la pelle dell'italiano si era inspessita e resisteva anche ai più strenui tentativi di terrorizzare gli italiani. All'inizio del 2021, dopo infiniti annunci di «fasi» e varianti e lockdown a gravare come spade di Damocle, l'insicurezza e l'allarmismo e il panico sono diventati indolenza e, facendo spallucce, gli italiani sono tornati definitivamente indisciplinati o forse più fatalisti. Il consulente del ministero della Salute Walter Ricciardi, coi suoi preannunci di tregenda, ha fatto incazzare un po' tutti. Gli immancabili virologi mediatici (da Roberto Burioni a Massimo Galli ad Andrea Crisanti a Giorgio Palù a Ilaria Capua ad Alessandro Vespignani ad Alberto Zangrillo, per dirne alcuni) hanno cominciato a sembrare solo delle vanesie sibille, gente che magari non vede nemmeno più i pazienti - che è parzialmente falso - ma che hanno il tempo di curare pagine social seguitissime e di scrivere libri. Assembramenti e risse, complici i weekend di bel tempo, non hanno più fatto troppa distinzione tra settentrione e meridione. Ad accomunare tutti solo una cosa: si infrange la legge, ma rigorosamente con la mascherina. Solo i bambini e gli scolari la odiano ancora: perché sono i più sani anche di mente.