Dolorosi paradossi

Vaccino, Paolo Becchi all'attacco: "Io, professore, ho ricevuto il siero. Ma l'università è chiusa", il controsenso italiano

Paolo Becchi e Aurelio Tommassetti

Siamo entrambi professori in due Università italiane, una al Nord (Genova) e l'altra al Sud (Salerno). Qui alcune nostre considerazioni. Per oltre un anno, il sistema universitario italiano si è ritrovato intrappolato in un clima di confusione generato dall'inerzia del precedente governo e ha deciso di non scegliere, rimettendosi, con la scusa dell'autonomia, alla buona volontà dei singoli Atenei. Questo atteggiamento ha lasciato le Università prive di linee guida chiare per il rientro in presenza. Per la verità questo non era neppure previsto.

Nessun intervento serio per il ritorno alla normalità, né in termini di adeguamento delle aule, né in termini di riorganizzazione del trasporto pubblico. Nei giorni scorsi, però, il nuovo Ministro del MUR, Maria Cristina Messa, ha invocato il completamento della vaccinazione dei docenti universitari per favorire una tempestiva riapertura degli Atenei. Da queste parole traspare buon senso e si scorge almeno una speranza. Del resto che senso avrebbe vaccinare gli insegnanti per far proseguire le lezioni a distanza? L'indistinta chiusura di tutte le Università da ormai tre semestri - peraltro discutibile - oggi non ha più alcun senso, il corpo docente ha in larga parte ricevuto la vaccinazione e gli atenei si sono adeguati alle misure di sicurezza. È importante, a questo punto, ripristinare progressivamente la condizione di normalità. Lo dobbiamo ai giovani, al loro fabbisogno di un apprendimento con la presenza dei docenti e alle loro esigenze di socialità.

 

 

 

La didattica a distanza, la DAD, è certo meglio di niente, un surrogato per un periodo limitato ma, d'altra parte, ha inevitabilmente avuto ripercussioni negative in termini di acquisizione delle conoscenze, oltre che di equilibrio psico-sociale di molti ragazzi, soprattutto dei più fragili. Peraltro la DAD snatura anche l'etica professionale dei docenti, la dimensione pubblica del lavoro universitario. Con la DAD viene, insomma, a mancare quella relazione profonda che si instaura tra il maestro e il discepolo e che consente, per dirla con George Steiner, la «trasmissione del pensiero. Bisogna insistere affinché gli studenti possano beneficiare di strutture e spazi fisici in grado di favorire, da un lato, la concentrazione e la riflessione e, dall'altro, la socialità. Ma tale obiettivo potrà essere conseguito solo investendo opportunamente le risorse europee nell'edilizia universitaria per ammodernare le residenze o costruirne di nuove, nei collegamenti informatici, negli spazi comuni per lo sport, nelle biblioteche, nelle sale lettura e nei laboratori.

È, inoltre, cruciale convogliare parte dei fondi UE nell'incremento del numero e dell'entità delle borse di studio per i meritevoli, nonché nel miglioramento della qualità dell'insegnamento e della ricerca, poiché è da questi aspetti che discendono la reputazione degli Atenei e la formazione degli studenti. Un altro tema a cui prestare attenzione è il rapporto tra Università e territorio, con particolare riferimento al sistema delle imprese, da una parte, e alle pubbliche amministrazioni, dall'altra. Le Università vivono grazie ai territori che le ospitano e, di converso, i territori vivono dell'indotto generato dalle Università. La diffusione del virus ha, di fatto, impedito tutto questo. Ma adesso l'emergenza, almeno sotto il profilo sanitario, è sotto controllo.

 

 

 

Certo, c'è molto da fare, ma proprio per questo motivo occorre intraprendere, da subito, cinque semplici ma - a nostro avviso - efficaci iniziative, nel rispetto dei Protocolli di Sicurezza vigenti e delle specificità strutturali di ciascun Ateneo, per lo svolgimento delle seguenti attività in presenza: 1) attività didattiche per i corsi di laurea magistrale e di dottorato, frequentati mediamente da un numero limitato di studenti; 2) esami di profitto, in specie le prove scritte, ma tendenzialmente anche quelli orali; 3) esami di laurea; 4) attività di tutorato in sede per gli studenti con difficoltà di apprendimento e disabilità certificate; 5) apertura delle biblioteche. Tre semestri di chiusura sono troppi, si rischia che l'emergenza nelle università diventi la normalità. Un segno di discontinuità rispetto al precedente governo sarebbe quello di iniziare a riaprire le università.