La rinuncia

Fisco, il piano di azzeramento automatico delle cartelle: dopo 5 anni, quali tasse e multe non pagherai

Sandro Iacometti

Può sembrare incredibile, ma il fisco si è perso per strada mille miliardi, più della metà del Pil. Non tutti in una volta, intendiamoci. La mole mostruosa di crediti che l'Agenzia delle entrate-Riscossione non è riuscita a recuperare si è accumulata nel corso degli ultimi venti anni. Ma i numeri sono comunque impressionanti. Secondo i calcoli effettuati da Unimpresa sui dati della Corte dei Conti, cifre sostanzialmente confermate qualche mese fa dal capo del fisco, Ernesto Maria Ruffini, la quota di cartelle esattoriali non riscosse dal 2000 ad oggi è arrivata a quota 930 miliardi. Però il bello deve ancora venire. Eh sì, perché nello stesso arco di tempo quello che l'ente è riuscito a portare a casa è poco più di qualche briciola: 139 miliardi. Spostandoci sulle percentuali scopriamo che si tratta di appena il 13% di tutti i ruoli di pagamento presi in carico dalla Riscossione.

 

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In altre parole, quasi 9 volte su dieci il fisco gira a vuoto. Colpa dei dipendenti fannulloni, di strategie inefficaci, dei contribuenti troppo furbi? Anche. Ma c'è pure da considerare che l'iscrizione di un debito a ruolo è solitamente l'ultimo atto di un tentativo di recupero finito male, che finisce ancora peggio. Come ha spiegato più volte Ruffini, la maggior parte di quei soldi esiste solo sulla carta ed è già persa nel momento stesso in cui viene contabilizzata. L'ultimo quadro fornito dal direttore delle Entrate e presidente della Riscossione parla di un magazzino di 987 miliardi, di cui il 15% relativo a soggetti falliti, il 13% a persone o aziende morte, il 13% a nullatenenti, il 45% a soggetti su cui si sono già avviate senza successo azioni esecutive. A forza di scremare, su circa mille miliardi quello che si può realisticamente sperare di rastrellare è poco più del 7% del totale, 74 miliardi.

 

 

CREDITI INESIGIBILI
Molto, secondo Ruffini, è dovuto ad una normativa inadeguata. Ogni anno 5.600 enti differenti affidano alla riscossione 29 milioni di singoli crediti che sono relativi a più di 8 milioni di contribuenti. Dentro c'è di tutto, dalle multe ai contributi Inps, dai bolli auto alle tasse. Ma la legge impone modalità di intervento «indistinte per tutte le tipologie di credito iscritte a ruolo» e questo «determina l'impossibilità di rimodulare l'azione di recupero secondo principi di efficienza ed efficacia». Resta il fatto che dal 28% del totale incassato nel 2000, la percentuale di riscosso nel 2020 è scesa allo 0,4%. Certo, lo scorso anno c'era il blocco della cartelle dovuto al Covid, ma se andiamo a vedere il 2019 ci accorgiamo che l'asticella era al 4,3% e nel 2018 al 6,6%. Il virus, insomma, c'entra fino a un certo punto. Come risolvere? La prima cosa da fare, secondo il capo del fisco, è quella di fare piazza pulita del pregresso, che da una parte obbliga la Riscossione a sprecare tempo e risorse per inseguire morti e nullatenenti e dall'altra rende fasulli i bilanci dello Stato (e di tutta la Pa), che contabilizzano come attivi somme inesistenti.

Ruffini lo aveva già detto a gennaio: «L'ente deve tenere il credito 3-5 anni e poi azzerarlo». L'ipotesi, secondo indiscrezioni raccolte dal Messaggero, sarebbe ora sul tavolo del ministero dell'Economia, che sta valutando concretamente l'idea di disporre la cancellazione automatica delle cartelle esattoriali dopo 5 anni dall'iscrizione a ruolo. Il senso dell'intervento, seppure su base molto più ampia e di carattere strutturale, non è così lontano dalle varie rottamazioni varate negli ultimi anni, che sono riuscite ad erodere solo in minima parte lo strabordante magazzino di ruoli inesigibili. Nona caso il senatore leghista Alberto Bagnai parla di «operazione verità», mentre la senatrice Anna Maria Bernini, «dice che il piano va in direzione di quanto proposto da Forza Italia».

 

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Certo, da una parte il progetto non può non essere letto come una resa del fisco. Ma fingere per 20 anni di poter recuperare soldi che non ci sono forse non è un'alternativa migliore. Del resto, nessuna azienda potrebbe tenere a bilancio così a lungo dei crediti marci. E in fondo anche lo Stato inizialmente era di quell'avviso, con disposizioni di legge ( D.Lgs. n. 112/1999) che prevedevano un discarico delle cartelle non riscosse dopo appena tre anni. Poi, sono iniziate ad arrivare le proroghe dei termini (le ultime con il Cura Italia di un anno fa) e si è creato un groviglio di scadenze a ritroso che neanche un folle riuscirebbe ad immaginare, con le cartelle del 2020 in scadenza nel 2025 e quelle del 2000 in scadenza tra 22 anni. Non è un caso che sul punto l'Italia sia da tempo nel mirino di Ocse e Fondo monetario. I cinque anni possono piacere o no, ma peggio di com'è ora è difficile.