Analisi

M5s, perché tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte perde Enrico Letta

Fausto Carioti

C'era un disegno perfetto. Perfetto sulla carta, s' intende. Prevedeva di far eleggere, a febbraio, un esponente del Partito democratico al Quirinale: Dario Franceschini, Lorenzo Guerini, magari lo stesso Enrico Letta. Non con una maggioranza ampia, che su un nome simile non si sarebbe mai trovata, ma andando allo scontro in trincea assieme ai Cinque Stelle, col loro pattuglione di 236 parlamentari. Con l'aiuto interessato di una parte di Forza Italia, l'impresa si sarebbe potuta fare. In cambio, dopo le elezioni, che costruendo un'alleanza ampia credevano di poter vincere, la poltrona di presidente del consiglio sarebbe stata assegnata - restituita, direbbe lui- a Giuseppe Conte. 

 

Un altro piddino sul Colle, insomma, e il capo politico dei Cinque Stelle al vertice dell'esecutivo. Questa, almeno, era la spartizione che aveva in mente Letta, e a ciò servivano le moine e tutti quegli apprezzamenti a Conte, il dipingerlo come «una persona affidabile, assieme alla quale faremo la campagna elettorale e vinceremo». Anche se Letta gira attorno alla questione («sono convinto che con Conte faremo lunghi pezzi di strada insieme», ha detto ieri), il disegno è appena andato in fumo. Non importa nemmeno se al termine della faida cadrà la testa di Beppe Grillo, se sarà quella di Conte a rotolare nella cesta oppure se, come pare, ognuno si prenderà il proprio pezzo di movimento. Ciò che è già accaduto basta a chiudere ogni discorso. Sulla affidabilità di Conte, innanzitutto, e a dirlo sono gli stessi esponenti del Pd: come può «il partito di Draghi», della stabilità e della responsabilità dinanzi alla Ue, andare a braccetto con uno che chiede ai ministri del movimento di non votare la riforma della giustizia e medita di portare all'opposizione i propri parlamentari? 

 

Oltretutto, l'uomo non è stato in grado nemmeno di farsi seguire dai ministri che fanno riferimento a lui, come Stefano Patuanelli, dimostrando di avere una frazione del potere che detiene ancora Grillo: che garanzie può dare nel guidare una ciurma come quella dei Cinque Stelle durante le votazioni a scrutinio segreto per il capo dello Stato? Il risultato è che Letta ha un intero futuro da riscrivere, e deve farlo dopo avere sprecato appresso a Conte il periodo di tregua che la minoranza interna gli aveva concesso, su sua richiesta, quando aveva accettato di tornare dall'esilio parigino. Deve anche pregare di non aver sbagliato i calcoli sul disegno di legge Zan: lui è stato quello che ha insistito per tirare dritto accelerando, contro il parere di molti dei suoi, e se andranno tutti a schiantarsi sarà col conducente che se la prenderanno. Salta così, assieme alla riedizione del "nuovo Ulivo" in salsa grillina, il sogno di una legge elettorale sul modello del Mattarellum, elogiato nel libro di Letta come il sistema «in grado di trovare un punto di equilibrio tra le esigenze di stabilità e quelle della rappresentanza». In quel modo il 75% dei parlamentari sarebbe eletto col sistema maggioritario in collegi uninominali, e solo il 25% tramite il proporzionale: un ribaltamento dei rapporti attuali. 

Il Mattarellum, in parole povere, darebbe ancora più seggi a chi prende più voti, e senza un M5S forte e unito la coalizione giallorossa non ha alcuna chance di farcela. A Letta, semmai, ora tornerebbe utile una legge tutta proporzionale, per sgonfiare un po' la vittoria del centrodestra. Ma non si vede per quale motivo Matteo Salvini e i suoi alleati dovrebbero fargli questo regalo. A loro le regole del voto vigenti vanno benissimo e, se i consensi restano quelli attuali, è garantito che avranno una solida maggioranza di seggi nel prossimo parlamento. Insomma, se tra Conte e Grillo c'è già un perdente, ed è Letta, c'è pure chi ha vinto: resta solo da capire se si chiama Salvini o Meloni.