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Cuba, Renato Farina senza mezzi termini: "Fa schifo, anche la sinistra se n'è accorta dopo 62 anni"

Renato Farina

Ieri Repubblica ha lanciato uno splendido appello in prima pagina. Dice: «Sinistra, apri gli occhi su Cuba». Ma cari amici di Repubblica, la sinistra siete voi. Contenti che li apriate adesso, ma sarebbe il caso li spalancaste anche sul vostro album di famiglia. Conviene intanto stare sull'edizione di ieri. Per un elogio. Vi si racconta della tenebrosa dittatura. Si parteggia con accenti mai uditi prima da queste parti per la ribellione contro il regime, intonando con la folla a ritmo di rap lo slogan «Patria y Vida» contro quello canagliesco dei comunisti «Patria o Muerte» (degli altri). Soprattutto a parlare è una fotografia grande e tremenda eh funge da copertina, incredibile e coraggiosa scelta del direttore Maurizio Molinari, conoscendo i gusti che da mezzo secolo dominano il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: si vedono gli squadristi agli ordini della mummia di Fidel, muniti di nodosi bastoni, che - come abbiamo scritto ieri su Libero - vanno a spaccare le ossa e a raddrizzare le idee storte dei disperati che hanno fame di pane e libertà, e percorrono avanti e indietro le strade.

Non riescono a fermarli, gli scherani del Partito comunista al potere. Li percuotono, li arrestano, e ne arrivano di nuovi. Tutto questo lo ha scritto Gianni Riotta, che non è mai stato un osservatore banale. Dimentica una cosa da niente però. E mi ripeto, ma bisogna: amici, anzi compagni di Repubblica, la sinistra siete voi! Quel giornale è stato la voce guida prima del Partito comunista, poi di tutte le sue varie denominazioni. E lo è tuttora. Ovvio, non parliamo qui di singoli giornalisti, non è che sono tutti inquadrati, ma il corpaccione del quotidiano è questa roba qui. Ho scritto che è stato ed è la voce: ho sbagliato per difetto, è di più. Interpreta, ricrea e rafforza il «deep sentiment», l'autocoscienza profonda della sinistra nel suo baricentro culturale che concima le teste del popolo rosso. Ci sono state evoluzioni, che sono ben rappresentate dal cambiamento delle denominazioni. Una nicchia segreta, in tutte le evoluzioni possibili e immaginabili del Partito-Repubblica, è sempre però rimasta intatta. Una specie di cripta dove di tanto in tanto i suoi giornalisti-bandiera si recano in visita. Cuba! Nessun reportage entusiasta, non è Il Manifesto, ma pennellate di poesia, un po' mesta, senza mai neppure sfiorare l'indignazione, mica c'è il fascismo lì.

 

 

Il grande Bernardo Valli, che se n'è andato da Repubblica di recente per protesta contro il neo-direttore Molinari troppo filo americano, quando si recò all'Avana nel 2016 per la morte di Fidel Castro, riuscì a dare un'idea dell'isola come se fosse Macondo, un po' triste, governata da un patriarca un po' così ma comunque da favola: «Fidel non era un caudillo. Era qualcosa d'altro. Il suo coraggio, la sua abilità, la sua ambiguità gli hanno consentito di vivere fino a novant' anni. I cubani ne sono fieri, ma anche stupiti. Forse esausti. I padri troppo longevi non sempre sono i più amati. Gli esuli, e nemici, di Miami esultano. Ma hanno torto». La sofferenza tremenda della gente non esiste. I mucchi di cadaveri con un proiettile nella nuca accumulati dal 1958 in poi neppure, i più di duecentomila carcerati figuriamoci. Il popolo non c'è, sono omuncoli tutti rispetto all'immenso corpo del barbuto dittatore un po' fatto alla sua maniera, cui sono dedicate sistematicamente negli anni interviste mitologiche.

Bellissima quella di Inge Feltrinelli, che racconta le giornate passate da lei, il marito miliardario Giangiacomo da Fidel Castro in pigiama. A proposito. Si cita anche Valerio Riva, genio dell'editoria, il quale stava con loro, raccolse per giorni le memorie del comandante, e comprese studiandole l'orrore che celavano. Lo fece sapere al mondo. Nessuno ha raccontato come lui i malvagi predatori barbuti di quell'isola ridotta a fattoria orwelliana degli animali (gli uomini) comandata dai maiali (i comunisti). Scrisse e curò con il Nobel Mario Vargas Llosa "Il manuale del perfetto idiota latinoamericano" (Binetti, 1997). Verrebbe voglia di dire a Repubblica: recensitelo quel testo, sono passati 25 anni, magari scoprirete che gli idioti di cui parlava avevano piantato le tende proprio a Repubblica, ma sarebbe un bel modo per risvegliare la sinistra.

 

 

 

Corsi e ricorsi giornalistici. Nel 2003 Repubblica- guarda nell'archivio caro Gianni Riotta - lanciò un titolo che pare la fotocopia di quello di ieri. «Sui delitti di Fidel Castro la sinistra ha girato la testa». A parlare era Carlos Franqui, un rivoluzionario della prima ora, che aveva aperto gli occhi, e rivelava la natura di un regime di cannibali. Non servì a nulla, a quanto pare, quel monito. Dopo due anni, Repubblica, al seguito del Paìs di Madrid prestò il megafono alla lettera di duecento intellettuali in difesa del governo comunista: non c'è tortura, né oppressione. Ah sì? Ezio Mauro si inchinò a Dario Fo, Gianni Vattimo, Gianni Minà, Claudio Abbado, c'era anche Red Ronnie. Ed ecco arriva Riotta. Auguri.

 

 

 

 

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