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Ddl Zan, Alessandro Giuli: "Enrico Letta ha sbagliato tutto ed è l'unico colpevole di questa batosta"

 Manifestazione a favore del Ddl Zan

Alessandro Giuli
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Un prece per il ddl Zan, morto ieri in Senato a causa di 16 voti mancanti nello scrutinio segreto (finito 154 a 131) sulla cosiddetta tagliola con cui il centrodestra, finalmente ricompattato dall'ottusità dei giallorossi, aveva deciso d'inchiodare la controversa legge contro l'omotransfobia. Ma in realtà è più  corretto dire che il ddl. Zan è stato letteralmente suicidato da Enrico Letta e dall'ala sinistra del Pd, che d'intesa con i pentastellati ha deciso d'infilarsi in un tunnel senza uscita, irrigidendosi nel conflitto con Italia Viva e sapendo che nemmeno una finta e tardiva mediazione avrebbe evitato il patatrac. Rimettendo in fila i termini della questione, ovvero il triste epilogo di un provvedimento che aveva raccolto il via libera alla Camera durante il Conte bis (con i voti dei renziani accanto a quelli dei giallorossi, a onor del vero), si potrebbe compilare un breviario d'insipienza politico-parlamentare per principianti.

 

 

Nelle premesse, infatti, il ddl appena defunto nasceva come un'estensione della legge Mancino che punisce i reati di discriminazione a sfondo etno-razziale. Ma da quelle premesse era nata una legge a parte, che scavalcava addirittura un analogo ma più cauto testo proposto a inizio legislatura da Ivan Scalfarotto d'Italia Viva (e firmato dallo stesso Alessandro Zan!), finendo per diventare una manifesta rivoluzione copernicana in materia d'identità sessuale (sostituita da quella di genere) e con profili di costituzionalità scricchiolanti circa la garanzia del diritto di opinione. Prima dell'estate, quando i renziani avevano formalizzato la volontà di emendare Zan per rientrare nei limiti di un testo sul quale si poteva perfino ottenere un accordo con il centrodestra, Letta era stato costretto a rinviare la pratica in autunno. Dopodiché, tuttavia, invece di attivare diplomatici e pontieri, il segretario del Pd ha preferito la prova di forza parlamentare, evidentemente ringalluzzito dalla vittoria alle recenti amministrative, salvo poi comprendere troppo tardi che occorreva mediare prima di andare a sbattere e che però lo stesso Zan non avrebbe ceduto sulla svolta identitaria della propria legge (in gergo: self-id) e sulla pedagogia genderista di Stato inflitta agli italiani imbracciando il codice penale. Troppo.

 

 

Troppo anche per un fronte conservatore che invece, per la prima volta nella storia della lotta di genere, era disponibile ad accettare un giro di vite sulla libertà di espressione a patto di rinunciare alla beatificazione del self-id e di precisare meglio il concetto di "discriminazione". Da Silvio Berlusconi a Giorgia Meloni, passando perla Lega di Matteo Salvini che aveva offerto una controproposta ricalcata sul lodo Scalfarotto, la disponibilità verso il mondo arcobaleno non era certo mancata. Ciononostante Letta ha scelto d'insignorire e andare avanti a occhi chiusi, in continuità con la svolta ideologica che ha contrassegnato sin dapprincipio la sua segreteria, tutta protesa al corteggiamento dei massimalisti attraverso un rinnovato conflitto sui diritti civili. Invece di ragionare realisticamente, il nipote d'arte ha proclamato con pose stentoree che sia Zan sia lo ius soli avevano conquistato la cima dell'agenda democratica; e che il suo obiettivo era ed è quello di vederli incarnati quanto prima in leggi della Repubblica. Da qui all'autodistruzione di ieri in Senato il passo è stato brevissimo.

 

 

Adesso, in mezzo alle macerie del sogno infranto, suona a vuoto perfino il lamento di Laura Boldrini contro la destra "retrograda e illiberale". Se c'è un colpevole della disfatta arcobaleno, e indubbiamente c'è, bisogna citofonargli al Nazareno. E forse conviene farlo riflettere con urgenza, prima che replichi il suicidio sullo ius soli. Da ultimo. Il Pd farebbe bene anche ad ascoltare le recriminazioni dei disabili, le cui istanze nel ddl Zan venivano parificate a quelli del paesaggio Lgbt, e che si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano: usati strumentalmente per rafforzare un provvedimento così aggressivo e divisivo (anche a sinistra), ammutoliti e scomparsi dal dibattito pubblico cannibalizzato dai temi sessuali, sconfitti senza aver avuto un palcoscenico degno in cui combattere. Anche a loro Letta deve una spiegazione, se non pure delle scuse contrite. 

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