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Sergio Mattarella, la stoccata di Vittorio Feltri: minestrina riscaldata e parola rimangiata

Vittorio Feltri
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Mi sembrava di aver capito che Sergio Mattarella non avesse alcuna voglia di prolungare la sua permanenza al Quirinale. Egli in un recente passato ha detto e ribadito il desiderio di allontanarsi per sempre dai corazzieri. E io, che sono di Bergamo, un montanaro, e considero la parola data importante, quindi da rispettare più di un contratto firmato davanti al notaio, ero sicuro che il capo dello Stato uscente avrebbe mantenuto l'impegno pubblicamente assunto. E invece apprendo che egli ha compiuto una giravolta spettacolare accettando di replicare il mandato. Sono incredulo, ma davanti alla realtà mi arrendo.

 

 

Devo concludere che anche le dichiarazioni solenni di un presidente scaduto non devono essere prese sul serio, alla lettera. Mi dicono che davanti alla valanga di voti ricevuti senza averli richiesti, Mattarella si sia intenerito e abbia fatto marcia indietro: resterà sul Colle altri sette anni, cioè fin quando sarà un vecchio bacucco. Non è una novità che le persone, anche le migliori, talvolta sono fragili per cui la retromarcia del presidentissimo ci stupisce ma non ci indigna. Tutti noi o siamo uomini o caporali. Quindi, adeguandoci al conformismo imperante, salutiamo il ritorno di colui che ha fatto finta di andarsene. Egli a questo punto è una minestrina riscaldata e cercheremo di digerirla, magari con l'aiuto dell'Alka Seltzer.

 

 

Ne abbiamo viste tante nella nostra vita di cronisti, pertanto ci sforziamo di non scandalizzarci. Ma facciamo fatica. Non possiamo neanche dire a Sergio bentornato visto che di fatto non se ne è mai andato se non per scherzo. Si mormora nel palazzo che sia stato Berlusconi a convincere Mattarella ad accettare la rielezione. Questa volta non sono d'accordo con Silvio, perché in tal modo con la collaborazione folle di Salvini, il cui equilibrio mentale pare leggermente alterato, è riuscito a distruggere l'omogeneità del centrodestra, fino a ieri maggioritario nel Paese. Ormai i conservatori si sono consegnati all'egemonia della sinistra più sgangherata d'Europa. Alle prossime elezioni politiche, che avverranno tra un anno, l'unico partito di qualche sostanza sarà quello di Giorgia Meloni, una donna con la schiena diritta che ha fatto della coerenza la propria bandiera. Per sminuirla gli avversari, gentarella priva di spessore, le daranno della fascista, lei che del Duce se ne è sempre infischiata, nonostante questa democrazia sia talmente scalcinata da far rimpiangere perfino Napoleone. La vicenda del Quirinale finisce qui nel modo peggiore grazie anche al contributo di Salvini, che per adesso ha perso la bussola ma tra poco perderà anche la leadership. Peccato. Il Centrodestra dovrà ricominciare da capo, ammesso che ne abbia uno. 

 

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