L'analisi

Riarmo, le forze armate italiane impreparate alla guerra: ecco che cosa rischiamo

Marco Brianza

La guerra in Ucraina e la mobilitazione della Nato hanno costretto anche l'Italia a impegnarsi per portare la sua spesa militare al 2% del PIL, la percentuale che gli Stati Uniti raccomandano agli alleati europei, per evitare a Washington di accollarsi una frazione eccessiva della difesa altrui. L'attuale percentuale sul PIL degli investimenti italiani nella Difesa, l'1,4 %, è pari a 25 miliardi di euro, che coi nuovi obbiettivi salirebbero a 38 miliardi annui. Per il nostro Paese sarebbe l'occasione di irrobustire uno strumento militare molto professionale ma con limitazioni numeriche. Da quando il servizio di leva è stato sospeso (ma non abolito) nel 2005, le forze armate hanno dovuto bilanciare la destinazione degli stanziamenti fra le spese aggiuntive per un personale totalmente professionale e l'acquisizione di nuove armi, talvolta però in numero insufficiente. S' è pensato che sarebbe stato superfluo preoccuparsi di una grande guerra in Europa, in cui contasse anche la quantità, e, dovendo trarre il massimo da fondi limitati, si è puntato molto sulle missioni internazionali che hanno il duplice vantaggio di assicurare al Paese visibilità geopolitica, anche impegnando forze limitate, nonché di garantire esperienze di addestramento in svariate aree geografiche.

 

 

L'Italia è in prima fila nelle missioni all'estero e anche negli ultimi giorni abbiamo visto la fregata Rizzo della Marina Militare raggiungere il Golfo di Guinea per una nuova missione antipirateria, incarnazione della salvaguardia di un'area di interessi identificata col cosiddetto "Mediterraneo allargato", che al di là di Gibilterra abbraccia acque e coste attorno all'Africa.

DENTRO LA NATO - Parimenti capillare la presenza italiana nelle recenti manovre Nato. Se in Norvegia gli Alpini del 3° Battaglione Pinerolo e la portaerei Garibaldi partecipano alle esercitazioni Cold Response, a due passi dalle basi russe sull'Artico, sulla base romena di Costanza sono raddoppiati da 4 a 8 i caccia Eurofighter Typhoon stanziativi per la sorveglianza aerea sul Mar Nero, mentre in Lettonia il 2° Reggimento Alpini della Brigata Taurinense, e il Reggimento Nizza Cavalleria, con autoblindo Centauro, hanno compiuto con gli alleati nuove manovre, le Crystal Arrow. I nostri militari si muovono instancabili e ciò che ancora manca, semmai, è la dimensione numerica, cioè che l'entità delle forze sia adeguata a uno scenario che mostra il ritorno del pericolo di una guerra di massa. L'aumento di spese dovrebbe in parte andare in questa direzione. Ad esempio, quanto ai carri armati da battaglia siamo ridotti a soli 200 Ariete, un sesto del numero di carri di cui disponevamo 30 anni fa. Non solo, di quei 200 Ariete sembra che quelli davvero operativi siano fra 80 e 100, restando gli altri in magazzino.

 

 

LA SFIDA RUSSA - Di fronte a una Russia che dimostra come la guerra corazzata sia ancora attuale, un numero di carri così esiguo non ha senso poiché se ci fosse necessità di inviarli tutti in Europa Orientale, non ci sarebbero riserve sul territorio nazionale. Al che ci si chiede perché non si sia pensato a mantenere in magazzino almeno un 20% del migliaio di carri Leopard, vecchi, ma ancora utili in emergenza ed eventualmente modernizzabili in alcune dotazioni. Per quanto concerne la Marina, altro esempio, è dal 2009 che la nuova classe di cacciatorpediniere Orizzonte, frutto di un progetto congiunto con la Francia, è costituita da sue sole unità, l'Andrea Doria e il Caio Duilio, e solo quest' anno ci si è decisi a richiedere due nuove unità, al costo di 1,2 miliardi di euro l'uno. Solo apprezzabili quantità, e riserve, possono dare alla difesa del Paese quella "profondità" in termini di tempo guadagnato contro un aggressore, come dimostra la resistenza ucraina ai russi, che facilita anche il compito degli alleati nel venirci in soccorso.