Chi odia lo Zio Sam

Alessandro Orsini e Freccero con Putin? L'antiamericanismo è una malattia psicologica

Giovanni Sallusti

Ci dev' essere qualcosa di profondo, dietro questo ribaltamento logico quotidiano che va in scena sulla guerra ucraina, qualcosa che va al di là della mera inversione di ruoli tra aggressore e aggredito. Ti rendi conto che siamo a un punto di non ritorno, quando senti il direttore di Avvenire («quotidiano di ispirazione cattolica», si legge sotto la testata) Marco Tarquinio affermare a PiazzaPulita: «Non mi fido della Nato». Ovvero, non mi fido di quell'alleanza che per decenni ha assicurato ai cristiani dell'Europa occidentale di essere liberamente se stessi senza per questo essere spiati, deportati, torturati, uccisi come avveniva nel blocco comunista. Esattamente, ha precisato il suo pensiero Tarquinio: «Io non mi fido del segretario generale della Nato e di quello che finora hanno fatto i diplomatici perché ci hanno portato a questa guerra». Un bispensiero dall'aroma orwelliano, più che altro: a questa guerra «ci hanno portato» la Nato e i diplomatici occidentali. Non Vladimir Putin, non il macellaio di civili che vuole restaurare la potenza imperiale (e anti-cristiana) sovietica.
No, lui invade e bombarda e macella, ma nella catena ideologica delle cause, ci dice Tarquinio, la colpa primigenia è dell'Occidente e dell'Alleanza Atlantica. Gratta il contorcimento concettuale, e trovi il vecchio antiamericanismo.
Una costante del dibattito italico, che si riaffaccia a tutti i livelli. C'è il Che Guevara di Roma Nord, Alessandro Di Battista, che una volta la settimana si mette l'abito, per recarsi nel salotto di Giovanni Floris e distillare perle come questa: «L'Europa si sta comportando come un cartonato, è interesse americano far proseguire questa guerra». C'è la versione pseudoistituzionale dell'ex premier per caso Giuseppe Conte, che recntemente ha criticato «un vetero-atlantismo di stampo fideistico che rischia di portare ulteriori guai». Conte, ricordiamo, è il presidente del Consiglio che parlando al Parlamento metteva sullo stesso piano Stati Uniti e Cina, e che nel marzo 2020 autorizzava la missione sanitaria "Dalla Russia con amore", oggi sospettata di essere stata una grande operazione di spionaggio, o perlomeno di propaganda putiniana.


ODIO COMPULSIVO - C'è l'antiamericanismo naïf e dadaista di Alessandro Orsini, che nello studio di Formigli assicura: «Se non fermeremo l'espansione della Nato avremo altre guerre!», mentre commenta la guerra figlia dell'espansionismo violento di Putin. E c'è l'antiamericanismo compulsivo di Carlo Freccero, che a La Zanzara ha rinunciato a ogni residuo freno inibitorio: «Zelensky? Peggio di un burattino, è prigioniero di una sceneggiatura americana. Draghi? Parla solo a nome degli americani». Yankee, yankee ovunque, yankee dietro il vaccino malvagio strumento delle multinazionali, yankee dietro l'invasione russa, yankee dietro la grande balla dello sbarco sulla Luna, ovviamente. Per spiegare un tale rovesciamento integrale dei termini della questione, la sistematica collocazione dello Zio Sam su quel banco degli imputati dove la cronaca piazzerebbe lo Zar, non basta la politica, nemmeno la geopolitica, occorre ricorrere alla psicologia collettiva. Tutti questi variegati signori uniti dall'americanofobia, infatti, mostrano chiari sintomi di sindrome rancorosa del beneficiato. Di fondo, quel che proprio non riescono a perdonare all'America è di averci prima liberato dal nazifascismo, poi di averci tutelato dal comunismo, e oggi di costituire l'unico vero argine che ci permette di non essere in balia del Putin di turno. Sono la loro libertà, il loro benessere, le loro carriere svolte al caldo dell'imperfetta e prosaica democrazia liberale, che li tormentano. Non si danno pace di doverle, in ultima istanza, all'ombrello protettivo degli Usa e della Nato, dove già Enrico Berlinguer dichiarava di sentirsi «più sicuro». Loro sono di sinistra (al di là delle varianti interne, dal cattoprogressismo di Tarquinio al "socialismo liberale" di Orsini), ma infinitamente meno moderni di Berlinguer. E parecchio più rancorosi.