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Ius Scholae, Vittorio Feltri: ecco perché è una patacca spacca-famiglie

Vittorio Feltri

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Tutti ormai discutono di Ius Scholae sebbene la definizione latina sia ostica alla maggioranza dei cittadini digiuni di lettere classiche. Non importa, semplifichiamo noi, anche se non siamo professori ma cronisti. La solita sinistra predica un concetto: un ragazzo dai genitori stranieri, qualora frequenti qualche anno, almeno cinque, la scuola nel nostro Paese, matura il diritto di acquisire la cittadinanza italiana. 

 

L'idea, buttata lì così, a capocchia, non pare peregrina. Un bambino o un adolescente che apprenda i rudimenti della nostra lingua da queste parti si esprime con maggiore disinvoltura nel lessico pseudodantesco che non in quello di mamma e papà. Ovvio, siamo di fronte a un fanciullo simile ai suoi compagni di classe, quindi meritevole di entrare nell'orbita degli alunni di questa patria, ai quali assomiglia molto. Ciò detto, occorre approfondire almeno un pochino la questione. In Italia l'obbligo scolastico dura 10 anni, quindi non si capisce perché, se lo scolaro appartiene a una famiglia magrebina, possa abbreviare i tempi rispetto agli studenti nostrani. Già qui siamo di fronte a una incongruenza sesquipedale. C'è dell'altro, per di più qualcosa di abbastanza mostruoso. 

 

Poniamo il caso che il padre tuttora straniero di uno scolaro ormai italianizzato commetta un reato che preveda il suo respingimento, che succederebbe? Il genitore sarebbe per scontati motivi rispedito nel proprio villaggio natio, mentre il suo figliolo dalla fedina penale intonsa avrebbe l'opportunità di rimanere fra noi? E mantenuto da chi, forse dall'amministrazione pubblica notoriamente priva di fondi? Va da sé che una simile soluzione è inadottabile, essendo pure ridicola. Insomma, lo Ius Scholae deve rimanere soltanto un sogno progressista per non marcire nella realtà.

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