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Tardelli come Munch, Maradona come Leonardo

Un libro accosta le reti più geniali ai quadri famosi. Bettega nel 1978 penetra lo spazio come un taglio di Lucio Fontana
di Paolo Bianchi domenica 24 maggio 2026

3' di lettura

C'è chi vede il calcio dappertutto e chi dappertutto vede l’arte. A qualcuno può anche venire in mente di mettere insieme i due concetti, così come fece Gianni Agnelli quando ribattezzò “Pinturicchio” Alessandro Del Piero. Il giornalista sportivo Giuseppe Pastore ha abbinato invece, attraverso una riflessione talvolta labirintica, alcuni gol anche iconici (scusate l’abuso di parola, ma stiamo parlando di immagini) a opere d’arte fra le più conosciute e discusse della storia, antica e recente. Il suo volume Capolavori. Il gol più geniali e pittoreschi nella storia dei mondiali (SEM, pagg. 224, euro 19) è corredaC’ to dalle belle illustrazioni di Antonio Pronostico, le quali raffigurano i momenti salienti dell’azione sportiva come se potessero essere incorniciati ed esposti in una galleria o in un museo. In alcuni casi il riferimento è immediato.

Per esempio, fra il fotogramma dell’esultanza di Marco Tardelli per quella rete nella finale del 1982 contro la Germania e l’Urlo di Edvard Munch, per quanto nel primo caso stiamo parlando di un’esplosione di gioia, nel secondo di una disperazione. E tuttavia le due rappresentazioni hanno in comune la sublimazione di uno sfogo supremo, oltre al fatto di essere finite su milioni di poster nelle camerette di mezzo mondo.

In un altro caso, al gesto plastico dell’atleta che realizza il suo scopo si avvicina un’immagine fiabesca, se non surreale. Ai Mondiali del 2014 in Brasile, l’olandese Robin Van Persie nella partita contro la Spagna (poi finita 5-1 per gli arancioni) compie un’acrobazia inaspettata, il corpo allungato quasi parallelo al terreno, e la memoria degli estimatori di Chagall torna a quell’ Uomo con la testa rovesciata, che fluttua a mezz’aria, in rappresentanza di un realismo magico dove ci si può momentaneamente dimenticare delle leggi della gravitazione.

Nel 1958 in Svezia (la prima in cui l’Italia non riuscì a qualificarsi, giusto per spargere un po’ di sale sulla ferita), esordì un diciassettenne brasiliano chiamato Pelé. I due gol che inflisse ai padroni di casa sono stati immortalati con i mezzi di comunicazione del tempo e dunque in bianco e nero. Viste le modalità inedite, perfino sgraziate, con cui il diciassettenne segnò il primo gol, si può pensare a quel bianco e nero di Guernica di Picasso, riferito a circostanze ben più tragiche e poco appropriate, a cui Pastore preferisce Pesi in cemento in bianco e nero (1925) di Vassily Kandinsky, che «sembra anticipare di trent’anni la rivelazione di Pelé. Mentre scavalca Börjesson e fulmina Svensson, il suo giovane corpo si scompone in tante linee indipendenti fra loro: il tronco da una parte e, le gambe dall’altra, in un’apparente disarmonia che però scatena energia e genera senso, un’allegra geometria di rettangoli, triangoli bianchi e neri, linee curve come svolazzi e piroette, un nuovo modo di interpretare la realtà».
Andiamo però a vedere qualcosa di meno diretto e riferibile al gol in sé, qualcosa di astratto insomma. Trattasi del gol di Bettega nel 1978 in Argentina. Una triangolazione con Paolo Rossi, che compenetra lo spazio e lo supera.

Come un Concetto spaziale, un taglio di Lucio Fontana. L’autore si trova nelle condizioni di dover descrivere a parole sia la circostanza calcistica, sia l’immagine a essa collegata. Compito non facile, dato che la scrittura è un “far vedere” che necessita anche di uno sguardo interiore.

A parte le azioni, è un mezzo per interpretare anche il contesto, l’atmosfera, gli antefatti e le conseguenze di quel gesto. Ci son gol belli e gol brutti, ma soprattutto ci sono gol importanti. Quello forse più famoso di tutti i tempi fu segnato da Maradona agli inglesi il 22 giugno 1986, nei quarti di finale. Pochi minuti prima il campione ne aveva realizzato di mano uno brutto, in quanto rubato. Quasi a riscattarsi, ne segnò uno non solo splendido, ma fondamentale per trascinare il morale della squadra, che poi infatti vinse il torneo. Qui Pastore scomoda il Cenacolo di Leonardo Da Vinci, con la seguente motivazione: la trasposizione calcistica «ridimensiona le figure degli apostoli, riducendoli a valletti di corte, ammirati e impotenti di fronte alla manifestazione del Signore. È un Cristo vendicatore, di grazia e furore rinascimentale, che appena tre minuti prima si è burlato degli inglesi beffandoli con un colpo di mano, ma adesso sente il bisogno di affermare la sua parola anche in senso contrario, trovando l’armonia nel disordine e nel caos». Del resto, quel giorno c’entrava o no la Mano de Dios?

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