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La strategia di Obama sul deficit

Diari d'America di Glauco Maggi

14 Novembre 2011

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La strategia di Obama sul deficit
Entro questa settimana la commissione bicamerale bipartisan deve trovare la quadra su 1,5 miliardi di tagli al deficit, secondo quanto fu stabilito dall'accordo in extremis l'estate scorsa sulla legge per alzare il tetto del debito pubblico Usa. Ma venerdì, nel fine settimana cruciale per le trattative dei 12 tra deputati e senatori, Obama ha in calendario l’inizio di un viaggio diplomatico che parte dalle Hawaii, e poi prevede tappe a Bali, Indonesia e Australia. Le occasioni sono la conferenza di Cooperazione Economica nella regione Asia-Pacifico di Honolulu il 12 e 13 novembre; il Summit nell’East Asia a Bali il 18 e 19 e visite a Darwin e Canberra, per ringraziare l’Australia del suo impegno in Afghanistan. Questo ultimo viaggio, si ricorderà, è stato rimandato già due volte: la prima perché Obama voleva seguire da vicino la battaglia parlamentare per il voto sulla riforma della salute, la maggiore priorità politica del suo primo biennio; la seconda per l’incidente del petrolio della BP finito nel Golfo del Messico. Che cosa farà Obama di questi appuntamenti a metà novembre, nessuno dei quali è drammaticamente indispensabile, dirà qualcosa in più sulla sua strategia per i 12 mesi che lo separano dalle urne per la presidenza bis. Se andrà all’estero, lontano dai colloqui decisivi per raggiungere un’intesa tra i due partiti sul tema strategico della riduzione del deficit Usa, vuol dire che Obama ha ormai puntato tutto sul muro contro muro nella politica domestica. Tifa perché gli incontri falliscano, non offrendo la sua leadership in un ruolo di mediazione decisiva. Vuole cioè che alla scadenza prevista del 23 novembre scatti la clausola del taglio automatico di 1,2 miliardi di dollari, metà in riduzioni di spesa dal budget corrente e metà in sacrifici a carico del Pentagono. Così potrà attaccare per la loro “intransigenza” i Repubblicani, e accusarli di non voler tassare i ricchi: infatti, la posizione tenuta finora dalla delegazione dei parlamentari Democratici è che oltre mille miliardi di dollari di nuove tasse, oltre a riduzioni al bilancio di guerra in Iraq e Afghanistan, finanzino qualche taglio di spesa a pensioni, assistenza e altri programmi governativi minori. La posizione del GOP è che le entrate del fisco possono essere sì aumentate, ma attraverso la eliminazione delle detrazioni e degli sconti tributari ai privati (sui mutui e sui versamenti di beneficenza, tra gli altri) e alle corporation (che con le “scappatoie” elusive a settori e a singole imprese hanno permesso, per esempio alla General Electric, di non versare quest’anno un dollaro al fisco). Quindi uno spazio di mediazione esiste sul piano tecnico, ma ci vuole la volontà politica. E finora Obama appare più determinato a giocare la carta del populismo e a fare strizzatine d’occhio ai radicali di Occupy Wall Street, una linea che punta solo a recuperare la sua base di sinistra pensando che scatenare una "guerra di classe" gli porterà più voti.

di Glauco Maggi
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