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Gingrich propone di far lavorare i ragazzini

L'esponente del partito Repubblicano in corsa per la Casa Bianca sostiene che impegnare gli studenti delle medie fa bene al Paese

14 Dicembre 2011

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Gingrich propone di far lavorare i ragazzini

Newt Gingrich è stato messo in croce dai media politicamente corretti per aver fatto una proposta di buon senso, o meglio di buon senso tipicamente americano. In una intervista ha detto che sarebbe una buona idea, che lui promuoverebbe da presidente, permettere ai ragazzini delle medie, dagli 11 o 12 anni in su, di fare lavoretti a scuola, nelle ore extracurriculari, non solo per guadagnarsi qualche dollaro ma soprattutto per imparare a lavorare. Apriti cielo! Il "partito" della protezione assoluta del "diritto a tutto", meno che ad esporsi ad esperienze lavorative che una volta erano la norma per i ragazzini durante l’estate, o per aiutare le famiglie nei negozietti o nei campi, è insorto attaccando Gingrich come se avesse re-introdotto la schiavitù o il lavoro minorile dell’alba della rivoluzione industriale dell’Ottocento.

Il ragionamento di Gingrich e la sua proposta sono invece semplicemente il tentativo di non disperdere un valore, quello del lavoro, che ha reso l'America forte, anzi "eccezionale", e che la distingue, se non dal resto del mondo, di sicuro dalla Francia e dall’Europa.  Ha scritto Gingrich in un articolo di ieri, per difendere la sua tesi: "Nel suo libro del 2004 'Buongiorno Pigrizia: perché lavorare duro non paga' , l’autrice Corinne Maier ha offerto ai suoi concittadini francesi una guida per come evitare il lavoro, sostenendo che "fare il meno possibile" è la vera chiave per il successo. Ma Maier ha anche aggiunto una eccezione alla sua regola, l’America. Quando le è stato chiesto se gli americani erano folli per la loro abitudine a lavorare, Maier ha replicato: "No. E’ perché gli Americani, io penso, credono di più al futuro che i francesi. Noi francesi, ora, non crediamo che il futuro sarà meglio di adesso. Pensiamo che il futuro sarà peggio, e quindi non abbiamo alcuna ragione per lavorare". Gingrich, che  ha usato questo argomento nel primo capitolo del suo libro "Una nazione come nessun’altra", ha citato i paesi che "hanno per legge le 35 ore di lavoro settimanali e i 60 giorni di ferie pagate" per marcare la differenza con gli Usa, che non restringono le libertà economiche dei datori. "Noi valutiamo il duro lavoro e la libera impresa come la sostanza delle opportunità". Da questa filosofia discende l’idea dei lavoretti a scuola, soprattutto nei ghetti dove le condizioni socio-economiche di contorno sono disperate, e diseducative per l’apprendimento di una coscienza etica positiva. "Nell’economia di Obama, i nostri figli non vedono l’ottimismo per il futuro che ci ha sempre distinti. Non vedono con chiarezza la tremenda opportunità di perseguire la felicità che l’America offre", continua Gingrich. "In breve, se sei un giovane oggi, il tuo paese inizia ad assomigliare più alla Francia di cui ha scritto la Maier che non all’America che lei stessa ha descritto. Questa generazione sta perdendo la magia dell’America, compresi troppo spesso i premi che vengono dal lavorare sodo".

Le statistiche lo stanno mostrando: nel 2001 la metà dei 16 e 17enni faceva lavori estivi, esperienza cruciale che fa capire l’etica del lavoro. Nel 2010 la percentuale è scesa al 30%, e dal 2000 il tasso di impiego estivo dei teenagers è calato dal 45% al 25,6%. A luglio 2010 ha lavorato meno del 50%, cosa mai successa dal 1948, primo anno delle rilevazioni del ministero del Lavoro: a fine Anni 80 il tasso era sul 70%. La burocrazia “iperprotettiva” sta rendendo le cose peggiori, con divieti alle famiglie nei campi di impiegare i teenagers per mansioni che hanno sempre esercitato in passato. I numeri ufficiali dicono anche che solo un bambino su tre di quelli che vivono nei quartieri più poveri, per lo più neri o ispanici, hanno almeno un genitore che lavora. Gli altri due su tre, quindi, vivono in un contesto socialmente e psicologicamente drammatico, dove il lavoro è cosa sconosciuta, magari persino derisa o moralmente disprezzata, tanto c’è il welfare con l’assegno di sussistenza, o la criminalità. “Ragazzini di 11 o 12 anni, specialmente quelli delle aree più disagiate, dovrebbero avere la possibilità di imparare il valore del duro lavoro, part-time e nell’ambiente sicuro delle loro scuole”, è la proposta di Gingrich. “Ci sono prove evidenti dei benefici di cominciare a lavorare in tenera età: per esempio aiutando nelle mense, o con mansioni di assistenza in segreteria, o per mettere in ordine le classi e pulire i gabinetti. Non sono lavori faticosi, né pericolosi. Sono in verità gli stessi che molti genitori chiedono ai loro figli di fare già adesso in casa. Non risolverà certo tutto il problema, ma sarà un passo avanti nell’aiutare i bimbi più poveri a imparare un’abitudine che potrà renderli persone di successo da adulti. L’opportunità di vedere che il lavoro vero paga può dare ottimismo a situazioni che potrebbero altrimenti sembrare senza speranza”. 

Buon senso spicciolo quello di Gingrich? Sarà. Ma che senso è quello di chi si scandalizza per il fatto che dei bambini bisognosissimi e destinati alla perdizione “possano” (non “debbano”) scopare i cessi e rassettare i banchi, intascando una paghetta reale e provando la soddisfazione di un lavoro eseguito e premiato? Sono i campioni dello status quo, cioè del perverso rapporto di dipendenza dalla politica assistenziale sul quale i Democratici hanno costruito cinicamente il loro radicamento tra le minoranze etniche, dalla Great Society e dalle leggi dei diritti civili in poi. A chi non crede a questa ultima asserzione suggeriamo la lettura di questi libri di due intellettuali americani neri: “The content of our character” (New York Times Bestseller)  e “White guilt: how blacks and whites together destroyed the promise of the civil rights era” di Shelby Steele; “Ethnic America” e  “Black rednecks and white liberals” di Thomas Sowell.

di Glauco Maggi

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