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Fisco, negli Usa il paradosso della demagogia

Una miriade di americani sono esonerati dal dovere fiscale, ma due su tre concordano: "Tutti devono pagare qualcosa"

21 Febbraio 2012

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Fisco, negli Usa il paradosso della demagogia

Lo slogan di battaglia del presidente “redistributivo” è la famosa “giusta parte” (“fair share”) che ognuno deve pagare in tasse. Il riferimento, nella retorica obamiana, è la base “morale” della sua campagna perché  i ricchi versino una quota dei loro redditi nella proporzione “corretta”. Recentemente, parlando agli studenti della università della Virginia, ha ripetuto che “ci aspettiamo che ognuno faccia la sua giusta parte”. Ma che il sistema tributario americano sia addirittura fortemente progressivo, già oggi, è un dato di fatto che le statistiche periodicamente confermano. Solo che “quanto” sia progressivo difficilmente viene a galla, se non nelle analisi che gli esperti dei pensatoi fiscali pubblicano, soprattutto nella imminenza del rito della dichiarazione dei redditi. Negli Usa la data-incubo dei contribuenti è il 15 aprile, ed è quindi tempo per le famiglie e i loro commercialisti di fare i conteggi; e per i commentatori di esporre la fotografia generale dell’ “America fiscale”.

Partendo dalla “giusta parte” che Barack chiede che sia pagata in tassa, la premessa è che metà della popolazione che lavora non dà quasi nulla al governo federale. “Il top 10 per cento dei percettori di reddito paga circa il 70% di tutte le imposte federali sui redditi”, dice Will McBride della Tax Foundation in una intervista a Fox Channel. “E il 50 per cento inferiore tra coloro che compilano la dichiarazione paga, in tutto, non più del 3% delle tasse federali sui redditi”.

Non solo. Per coloro ai quali non chiede alcuna tassa, lo zio Tom generosamente ci mette del suo (dove il “suo” sono ovviamente i soldi dei contribuenti). Il meccanismo dei crediti fiscali per motivi anagrafici, sociali, familiari, lavorativi o economici (per esempio i mutui) produce infatti un flusso di cash da Washington a milioni di  famiglie. “Quasi un centinaio di miliardi di dollari di assegni viene spedita dalla Agenzia delle Finanze (IRS)  a gente che già non ha alcun obbligo a versare un centesimo”, spiega McBride. “Di fatto la IRS si sta trasformando in una agenzia di spesa”.
 
Arthur Brooks, capo del pensatoio degli industriali americani, l’American Enterprise Institute, esprime il concetto con altre parole: “All’incirca la metà di quel cinquanta per cento che non paga nulla o quasi, in realtà paga meno di zero”, che è come dire che è lo Stato a pagare questi “contribuenti” e non viceversa. Brooks aggiunge che il sistema è ancora più a favore della classe media e di quella bassa poiché costoro godono di maggiori servizi federali.  Come risultato finale, il valore pro capite delle spese governative eccede quello che questi individui pagano in tasse federali. “Oggi come oggi circa il 70% degli americani prende dal sistema tributario più di quanto non vi metta, secondo la Tax Foundation. E questo dato dovrebbe allarmare realmente un mucchio di cittadini”, insiste Brooks. 

Le politiche che consentono a così tanti americani di essere esonerati dal dovere fiscale sono state accettate da  tempo sia dai presidenti repubblicani sia da quelli democratici, perché sono la via più facile e demagogica per strizzare l’occhio al maggior numero di elettori possibile. Ma il paradosso è che i sondaggi mostrano invece che “ben due americani su tre concordano sul fatto che tutti dovrebbero pagare qualcosa”, dice Brooks, “così si ricordano che la nostra macchina di governo non è gratuita”.  Tutta un’altra  “fair share”  rispetto a quella reclamata dal liberal presidente “tassa e spendi”.

di Glauco Maggi
[email protected]

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