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Smontato il falso mito: Romney piace anche ai Tea Party

Primarie repubblicane, dopo la vittoria in Wyoming Mitt sempre più favorito. Ha il consenso anche degli ultra-conservatori

1 Marzo 2012

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Smontato il falso mito: Romney piace anche ai Tea Party

Mitt Romney ha vinto anche il Wyoming (i voti dei caucus contea per contea sono stati resi noti la notte scorsa) e fanno tre successi questa settimana dopo quelli di martedì in Arizona e Michigan. Nel piccolo stato di nord ovest l’ex governatore del Massachusetts ha raccolto il 39% dei voti, davanti a Rick Santorum con il 32%, a Ron Paul con il 21% e Newt Gingrich con l’8%. Il Wyoming ha una popolazione di mezzo milione di persone e alle assemblee di voto si sono recate in 2mila, rendendo questa consultazione più un sondaggio d’opinione che una elezione popolare.

Ma ai fini della convention di Tampa che in agosto designerà il nominato del GOP, anche lo stato di Dick Cheney conta qualcosa: infatti sulla base dei risultati Romney ha guadagnato 10 delegati, contro  nove di Santorum, sei di Paul e uno di Gingrich. L’accumulo dei delegati stato per stato è l’obbiettivo reale dei candidati, e al momento Romney è in fuga. Ne ha infatti intascati 175, quasi il doppio dei 94 di Santorum, mentre Gingrich è a quota 33 e Paul a 25. La strada è ancora lunga, però, visto che per arrivare all’appuntamento in Florida con maggioranza assoluta il traguardo è di 1144 delegati. Un buon passo avanti sarà fatto il prossimo 6 marzo, il cosiddetto Supermartedì perché si svolgono nella stessa giornata le primarie in dieci Stati, che metteranno in palio complessivamente 437 seggi: Georgia 76, Ohio 66, Tennessee 58, Virginia 49, Oklahoma 43, Massachusetts 41, Idaho 32, Nord Dakota 28, Alaska 27, Vermont 17.

Per Romney, che finora si è distinto per una partecipazione costante ma non spettacolare nelle primarie dei primi due mesi, anche un risultato moderatamente positivo in una maggioranza di questi stati potrebbe bastare. Continuerebbe ad essere il candidato più eleggibile secondo il pubblico repubblicano e a fare paura a Obama. Sarà invece l’ultima spiaggia per Newt Gingrich e per Rick Santorum, che devono affermarsi negli Stati dove sono dati per favoriti. Gingrich è della Georgia, di cui è stato deputato per decenni, e si è fatto una solida corte negli stati del sud. Per lui è un must affermarsi in Georgia, ma se dovesse spuntarla anche in Tennessee e Oklahoma sarebbe per lui la terza resurrezione: nell’estate scorsa era dato per spacciato quando fu abbandonato dal suo staff ed era senza un soldo, ma la bravura nei dibattiti televisivi lo tenne a galla; e poi ancora, nella primaria di metà gennaio in Sud Carolina, ha superato agevolmente Romney balzando in testa nei sondaggi. Sopraffatto dal gran recupero di Santorum che ha segnato la tripletta in Colorado, Minnesota e Missouri in un giorno solo, ora Gingrich ha l’ultima chance di tornare nel cono dell’attenzione. Per Santorum, ex senatore della Pennsylvania, la Maginot che deve difendere è l’Ohio, che confina con lo stato che lui ha rappresentato per 12 anni a Washington: entrambi presentano lo stesso profilo sociologico, essendo abitati da operai, contadini, minatori e con una popolazione religiosa. Ora Rick, devoto cattolico, è in testa nei sondaggi, e deve mantenersi tale anche alle urne martedì in Ohio, pena l’abbandono delle sue speranze.

Gli exit poll dopo il voto in Michigan e Arizona, peraltro, hanno anche smontato qualche luogo comune su Romney, che sarebbe troppo moderato per conquistare l’anima conservatrice del GOP. In realtà, in Arizona e in Michigan ha avuto il 43% e il 42% dei voti di elettori che si sono dichiarati dei Tea Party, battendo Santorum (31% e 41%) per non parlare degli altri due. E se è vero che i sedicenti “veri conservatori” del Michigan gli hanno preferito Santorum (per 50% contro 36%), in Arizona lo hanno premiato su Santorum per 41% a 35%. Tra i “mediamente conservatori” e i “moderati o liberal”, però, Romney ha stravinto ovunque, con ciò rafforzando la caratteristica della “eleggibilità” che sarà fondamentale in novembre contro Obama quando voteranno tutti.

di Glauco Maggi
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